Qualche mese fa ho assistito a un convegno a villa Mirafiori, il secondo o terzo appuntamento in una serie di incontri dal titolo studentesco e accattivante “come gode un corpo”.

Tra gli ospiti interveniva Massimo Recalcati, psicanalista lacaniano, docente – è stato un suo manualetto la mia introduzione a Lacan -, giornalista e scrit4fcctore – preferisco i suoi scritti più tecnici, per quanto ancora abbastanza divulgativi e gradevoli, ai suoi commentari socio-psicologici -, membro analista della ALIpsi (Associazione Lacaniana Italiana di psicoanalisi).

C’erano anche un docente di filosofia della Sapienza, Luciano De Fiore, e un membro della società psicanalitica italiana, nessun orientamento segnalato, Lucio Russo, che ha basato il suo intervento su un certo tipo di aneddotica molto vicina al pettegolezzo brillante, anche se rigorosamente anonimo per questioni deontologiche. Era abbastanza svagato. Ho avuto la forte impressione che non guardasse verso le file alogene sul soffitto ogni pochi minuti per un bisogno di concentrazione e di astrattezza. Ha concluso il suo intervento citando un suo maestro: “Zampe di cane non si raddrizzano”, echi dell’Ecclesiaste, voci di rione napoletano.

Recalcati e De Fiore hanno continuato a dibattere senza considerare troppo la stortura insanabile, che è piuttosto un punto di partenza, va sottintesa, sta alla base di ogni possibile discorso. Che senso avrebbe avuto fare diversamente in un’occasione pubblica, in un dibattito poi proprio sull’irredimibile corpo pulsionale. Niente che giustifichi l’inerzia. Si continua a lavorare col linguaggio, sul linguaggio. Ed esce fuori, inter alias, Philip Roth. Sia Recalcati sia De Fiore sono fan di Roth. Sono entrambi d’accordo nel parlare della capacità di Roth di dare una definizione profonda, anche se ovviamente mai completa, alle pulsioni. Oh, il mio cosmo, il mio cosmo brucia. E il convegno termina con Recalcati, sul tema del masochismo, di cui Lacan dà un immagine minerale, di rocciosa impermeabilità del masochista all’altro e alle sue richieste.

Segue dibattito. Aspetto che rispondano a un paio di domande, per mettere in ordine alcune associazioni di idee, e per prepararmi all’ eventualità di una figura drammatica. Devo premettere che ho scoperto soltanto in un secondo momento che l’opimo De Fiore ha scritto un saggio su Philip Roth, intitolato: “Philip Roth e i fantasmi del desiderio”, edito da Galaad (ma per i discorsi pulsional-fantasmagorici vd. Lacan, seminario VI, il desiderio e la sua interpretazione, in particolare le pagine su Amleto). Amleticamente e con una certa esaltazione, sia pure dignitosamente contenuta, prendo il microfono, decido di non essere abbastanza furbo per essere un topo e fin troppo umano nei miei problemi con Roth, e comincio a dire che Roth è sicuramente un masochista, che è completamente chiuso nei confronti dell’altro (una parziale castroneria), che tutto quello che ha scritto (non ho letto tutto quello che ha scritto ma il punto che segue continuo a difenderlo) è stato una reinterpretazione fuori tempo, fuori contesto, perché c’è qualcosa di più di una soluzione di continuità tra pastorale e postindustriale, del Libro di Giobbe e delle parti più nere dei Salmi, come fai a proporre come vittime assolute personaggi che vivono in una sovrapposizione di tempi interni ed esterni tra moderno e postmoderno? In America..? Il mito, i classici, saranno pure sempre profondamente leggibili. La reversibilità è un altro discorso, ha delle condizioni piuttosto particolari. Roth mi riusciva intollerabile, eppure l’ho letto, non tutto, ma buona parte, con quel piacere nero con cui ci si gratta via una crosta dal ginocchio quando si è ancora piccoli. Recalcati nella mia visuale periferica – guardavo verso l’infinito – ha ghignato durante quest’ultimo passaggio. Per qualche connessione inconscia prima di intervenire mi era venuta in mente la pelle di un lebbroso – macchie come di licheni su una roccia, che il lebbroso si gratta via con cocci appuntiti, l’ostracizzato per eccellenza – di fronte all’immagine geologica del masochista lacaniano. Ero anche abbastanza sicuro da qualche parte di aver letto (Ceronetti?) che uno dei nomi della lebbra fosse proprio il morbo di pietra. Può darsi che abbia introiettato il mondo del Trono di Spade e la sua versione del basso medioevo come un lussuoso e pacchiano villaggio vacanze più di quanto mi piacerebbe ammettere. Russo mi interrompe: “è una provocazione..?”.

E segue – Roth punta di diamante (cit. letterale, la figura era calzante) dell’intellighenzia ebraica newyorkese, e del paese intero, fissato però con l’ostracismo, l’esclusione. Uno, per dirla con Russo – che a quel punto era appena uscito dall’aula e non avrebbe mai detto questo ma avrebbe senz’altro capito – che chiagn’ e fott’ insomma (non mi sono espresso precisamente così). Recalcati e De Fiore vivono nella parte alta della metodologia clinica, la schiuma agli angoli della bocca è un sintomo solo per un infermiere. Non mi hanno fatto allontanare però sono arrossiti. De Fiore ha fatto anche un gesto che ho visto spesso fare a mio padre, che è chiaramente un gesto da schermaglia intergenerazionale prima ancora di essere un post, un emoticon, un codice internettiano, la mano a coprire fronte, meningi e parte degli occhi. Per fortuna non ha fatto qualcosa che sarebbe potuto capitare in uno dei libri di Roth, cioè accusarmi pubblicamente di antisemitismo. Ma sono abbastanza sicuro che il pensiero lo abbia sfiorato. Ed ecco la domanda: che direbbe Jacques Lacan, il rivoluzionario della psicanalisi, di uno come Philip Roth?

Recalcati non c’è cascato ovviamente. Cercare di psicanalizzare un autore attraverso i suoi libri è un brutto affare ragazzi.

Le implicazioni sono mostruose. Ridendo ha detto che “Patrimonio” (le memorie sulla malattia del padre di Roth) è nella top ten (cit. letterale) dei suoi libri preferiti. Ha citato un episodio che in “Patrimonio” proprio non c’era – l’ho letto il giorno dopo -, forse si riferiva a un altro libro il cui titolo mi è sfuggito nella risposta; mi ero irrigidito sempre di più durante l’intervento. Era Il sogno di una macchina da scrivere, di una lista di lettere che la madre batteva a macchina, senza nessun apparente ordine logico o convenzionale, come l’impostazione qwerty delle tastiere moderne. Per Recalcati era una grande lezione di stile ed esemplificava il rapporto profondo che la madre nel sogno codificava tra langue e parole, tra il linguaggio astratto – semplifichiamo pure – e il linguaggio concreto. Non sono ancora riuscito a scovare questo brano.

Feci presente che non avevo mai avuto problemi di stile con Roth (in realtà qualcuno ne ho), e Recalcati colse l’opportunità di concludere dicendo che in letteratura lo stile è l’uomo.

De Fiore sottolineò sempre ridendo con un certo imbarazzo quanto fossi caduto male, e menzionò un suo libro su Roth senza riferirne il titolo. Risate tra il pubblico. Si limitò a ripetere come attraverso la scrittura e quindi attraverso un dialogo interno, un’apertura verso un indefinito Altro, nulla di minerale, Roth riesce a definire le sue pulsioni più profonde senza annientarle; e come questo fosse, di nuovo, una grande lezione.

 

 

Roth è morto il mese scorso, il 22 maggio, a causa di una complicazione nel disturbo cardiaco di cui soffriva da tempo.

Questa mi è sembrata banalmente l’occasione giusta per ripercorrere il mio rapporto con lui. Parlo di rapporto in mancanza di meglio, perché come è ovvio non ho mai conosciuto Roth di persona.

Non ho un interesse particolare verso la critica letteraria, ma per questioni puramente logiche rispetto il suo assunto fondamentale, quasi sempre eluso (come sarà eluso anche in questo caso dopo averlo brevemente evocato e salutato con un leggero sfarfallare delle dita), spesso disprezzato, per cui si deve valutare un autore in base ai suoi scritti senza ricorrere a elementi extra-letterari, a elementi esterni al testo. Da semplice lettore però pretendo un rapporto, cerco cioè di costruire una voce. Non bisogna temere le implicazioni mostruose, anche perché non ho alcuna pretesa e nessuna voglia di psicanalizzare Roth. Per questo devo ricorrere a qualcosa che la consuetudine ha reso un luogo comune. Uno psicologismo dei peggiori. Qual è la parte di me che parla quando leggo Philip Roth. Qual è l’interlocutore interno che risponde che è sempre lo stesso per ogni suo libro.

Ed è una figura infantile che ripete ossessivamente che non è giusto, senza un riferimento preciso, e se il riferimento c’è è qualcosa a volte apparentemente privo di sostanza, ma sempre obiettivamente ingiusto con tutto quel che può suonare adolescenziale in questa combinazione, e che tutti dovrebbero riconoscere come tale, che non c’è giustizia, che non c’è limite. Io credo invece che ci sia una gioia profonda nel tragico – leggi: ciò che non si può risarcire. Sia chiaro, sono abituato all’ironia come tanti miei coetanei e a considerarmi a volte – fin troppo spesso – con autocommiserazione una parte condizionata di un sistema mai esattamente definibile. Eppure nei momenti di grazia vedo questa gioia. So che è ciò che mi permette talvolta di essere dolce nella mia ironia, nonostante tutti i miei tentativi di razionalizzare questa intuizione e di renderla sufficientemente cerebrale per liofilizzarla e riassorbire la pelle d’oca. Nell’umorismo di Roth trovo quasi esclusivamente sarcasmo.

Parlando di voci. Chissà se F. P. mio cognato sarebbe capace di dirmi che l’Olocausto non risparmia nulla e resta solo il sarcasmo. Durante una discussione sotto l’ombrellone quando ho espresso il mio personalissimo disamore per Roth, il tono arrogante che cerca di essere giocoso senza riuscirci delle sue interviste, ha tirato fuori Céline coi suoi libelli antisemiti – ben tre, pubblicati prima e dopo l’emanazione delle leggi razziali – dicendo con autentica rabbia quanto sia importante distinguere la persona dall’autore. Con la differenza fondamentale oltre, lingua, periodo e contesto, che a me i libri di Céline ammazzati dalle traduzioni piacciono.

Ho avuto la sensazione a causa di una serie di precedenti tra noi che dietro al salto logico di accostare Céline a Roth mi stesse dando dell’antisemita – ma questa è roba di famiglia; un episodio di anni fa, quando con gli occhi bassi sul mio curry wurst, lamentandomi dell’ambiente scolastico che mi era toccato (a pensarci bene ci trovavamo in un ristorante all’aperto a Berlino che Visconti avrebbe potuto utilizzare ne ‘La Caduta Degli Dei’ per qualche oleosa cena tra camicie brune) gli riportai un inciso su Anna Frank composto da un accrescitivo puerile e una croce uncinata che si poteva trovare scritto sui banchi di varie classi, e a giudicare dallo sguardo che fece e dai battibecchi succedutisi nel corso degli anni credo proprio che venni assimilato al messaggio.

Roth l’Olocausto comunque non l’ha vissuto direttamente, ma l’ha studiato e se ne è occupato non solo credo per una questione identitaria – è nato nel ’33 a Newark cinque anni prima dell’emanazione delle leggi razziali. Art Spiegelman, (nato nel ’48) che è considerato tra i padri del fumetto americano underground, nella graphic novel premio Pulitzer Maus, disegna una seduta psicanalitica in cui lui e il suo analista (gli ebrei nel fumetto sono disegnati come topi seguendo ironicamente le definizioni zoologico-evoluzionistiche della propaganda nazista, mentre i nazisti vengono disegnati come gatti e i polacchi sono floridi maiali, assolutamente goyim) parlano della Shoah.

L’analista è un sopravvissuto come il padre di Spiegelman. Ma a differenza del padre che racconta un’epica di astuzia e colpi di genio al debole e postmoderno figliolo, l’analista parla di fortuna, e di senso di colpa, e del bisogno di giustificare l’assurdità statistica di essere sopravvissuti attraverso il merito e l’intelligenza. Ed è emblematico che Roth, un intellettuale, come lui stesso si è definito in più occasioni senza alcun silenzio ironico, senza ombre, mentre il padre di Spiegelman un intellettuale proprio non lo era, chieda a Primo Levi in un’intervista raccolta in ‘Shop Talk’ come attraverso la mente scientifica abituata a sistematizzare e a dare senso e la mente dell’uomo civile abituata a ragionare, lo scienziato in Primo Levi fosse tutt’uno con il superstite :

…”It was rooted in your professional character: the man of precision, the controller of experiments who seeks the principle of order, confronted with the evil inversion of everything he values. Granted you were a numbered part in an infernal machine, but a numbered part with a systematic mind that has always to understand. At Auschwitz you tell yourself, ‘i think too much’ to resist, ‘i am too civilized’. But to me the civilized man who thinks too much is inseparable from the survivor. The scientist and the survivor are one”.

– Levi: “As for survival (…) I insist there was no general rule, except entering the camp in good health and knowing german. Barring this, luck dominated. I have seen the survival of shrewd people and silly people, the brave and the cowardly, ‘thinkers’ and madmen (…). And yet what you say, that for me thinking and observing were survival factors, is true, although in my opinion sheer luck prevailed”.

Ma Roth insiste – nonostante il suo amore per Kafka, che se fosse vissuto abbastanza per sopravvivere all’Olocausto in barba alla tubercolosi difficilmente avrebbe parlato di prontezza e di – assai semanticamente alla moda dal 2016 a oggi – resilienza -: “…I’d say there’s one soul, enviably capacious and seamless; i’d say that not only are the survivor and the scientist inseparable but so are the writer and the scientist”.

Vedo qualcosa di darwinista in questi scambi. Non credo che Primo Levi sia fintamente modesto quando dice che è stata soprattutto una questione di fortuna. Se penso ai vari personaggi di Roth, qualcosa torna, una rispondenza, non saprei dire quanto artefatta, quanto rimanipolata. Si tratta molto spesso nel caso dei protagonisti, di personaggi socialmente realizzati, intelligenti – ma di questo si può discutere -, in ogni caso sicuramente ambiziosi e capaci, che un mondo di imbecilli invidiosi, o un’idiozia esistenziale come la morte, la vecchiaia, la malattia, fa cadere nel vuoto. Quasi all’improvviso, in maniera assai poco filosofica.

Potrete facilmente immaginare che per un quindicenne nervoso e infelice, bloccato in una vacanza famigliare in Corsica, la tentazione di credere a un mondo di persone pure e intelligenti contro un mondo di imbecilli corrotti e invidiosi è molto forte. È l’abbecedario semitico-gnostico dell’adolescenza. E certo in Rothlandia le persone pure hanno le loro turbe, ma come qualcosa di demoniaco di cui non possono fare a meno, una spinta erotica troppo forte e disperata proveniente da chissà dove e in ogni caso nobilitata dal desiderio di conoscenza –  in Corsica c’era una ragazza catalana dai ricci neri che sguazzava placidamente nella piscina semicircolare verderame dell’albergo -, o un giusto e nobile furore contro un mondo di stronzi; o al massimo qualche meschinità, però molto più digeribile perché più illustrata e compresa a differenza del blocco compatto e indistinto dei nemici all’esterno (sconfiggili e mettili in fuga, o Signore).

Ma già a quindici anni leggendo Pastorale Americana (è uscito di recente il film, che mi sono rifiutato di vedere, con Ewan McGregor nei panni del protagonista), c’era qualcosa che non tornava – e che non sarebbe tornato in seguito, né con le altre storie narrate dal personaggio di Zuckerman, né con Kepesh, e neppure nell’autobiografico Patrimonio a distanza di anni – eppure i miei gusti sono cambiati sotto molti aspetti. Il bellissimo proprietario di una fabbrica di guanti nel New Jersey, ashkenazita, ma alto, biondo, occhi cilestrini come un gentile ariano, soprannominato per l’appunto ‘lo svedese’; la moglie miss Utah o Oklahoma, uno stato di praterie e granturco e pantagruelici pomodori comunque (non voglio ricontrollare questo dettaglio, forse proprio miss New Jersey), anche intelligentissima, che sposa lo svedese e per amore accetta non richiesta di fare la casalinga; la figlia che nasce non altrettanto perfetta; è scura, assorbe i grassi troppo facilmente, balbetta, è vivace e impressionabile, sviluppa presto un tenace attaccamento al padre e una sotterranea aggressività nei confronti della splendida madre, gli capita di vedere un bonzo darsi fuoco alla tv sull’onda delle proteste contro l’amministrazione del Vietnam del sud, forse è quella l’irruzione del collettivo che l’ha distrutta, spingendola anni più tardi a diventare una bombarola comunista e assassina che si ricopre di veli in ashram improvvisati per paura di ingerire qualche microorganismo aereo; è stata la moglie di un suo amico, comunista e femminista, una intellettuale acida spalmata tra gambe e vita più sull’asse delle ordinate che su quello delle ascisse, quasi l’allegoria moderna e monodimensionale dell’invidia, che ha accolto la figlia fuggita di casa senza avvertire nessuno qualche giorno prima dell’attentato – per distruggerlo, probabilmente; ma prima ancora la moglie e la fabbrica non vanno più tanto bene; la moglie si lascia prendere in cucina durante una cena piegata sul lavello, ma per il protagonista c’è solo il sospetto del tradimento, dall’antitesi del teutonico semita (lo scambio tra Roth e Appelfeld sull’invidia verso i goyim biondi – mi è venuto da pensare a Nino Manfredi che emigrato in Svizzera si ossigena i capelli in Pane e Cioccolata -, e il cliché dell’odio per sé stessi dà profondità a questo dettaglio: questo personaggio è l’ebreo che ha tutto, vd. ‘Shop Talk’), che ha persino un certo fascino democratico, una schiettezza non altrimenti definibile, mentre l’amante della moglie è un bassetto tozzo e pelato e ottuso, dalla pelle olivastra, con sangue e pretese aristocratiche e l’erre moscia, e per di più ha un gioco falloso e inelegante a football – o rugby per ricercatezza?; la fabbrica di guanti va male, nessuno ha più stile verso la fine degli anni ’70; il protagonista che ha avuto tutto, che ha desiderato tutto, che non ha rinunciato a niente, neppure alla sua ingenuità – perché avrebbe dovuto poi, ci sono già troppi perversi -, prova soltanto una rabbia disperata. Che ci poteva fare se era umanamente perfetto, perché tutte queste delusioni.

Quando ho parlato di Pastorale Americana con un’amica libraia che lo aveva apprezzato, mi sono sentito dire che forse stavo dalla parte degli amici di Giobbe. Gli amici che invece di aiutarlo attivamente lo rimproverano mentre si dispera. Gli amici di Giobbe però sono solo, per modo di dire, vicini di casa. Capitribù. Amicizia è un termine che ha assunto significati diversi, di vicinanza interiore, di affinità sempre più profonda. Non riesco a immaginare nessuna vicinanza interiore con un personaggio come lo svedese, poca con Coleman Silk. A Zuckerman, a Kepesh, mi sento più vicino, ma stranamente la cosa mi disturba di più che accorgermi della simpatia che mi lega al Dr. Lecter Ph.d, a certi catatonici beckettiani, al pedofilo Humbert Humbert ecc. Sentirsi vicini a una voce che digrigna i denti costantemente, nonostante l’antipatia, mi sembra una mancanza personale, un’immaturità alla quale ho in parte rimediato dal mio periodo Roth di diversi anni fa. 

Quando leggevo i suoi libri qualcosa non tornava; le pillole di pensiero psicanalitico sparse qua e là nelle sue frasi, quelle che ogni persona istruita tiene nel proprio armadietto specchiato, e che puoi trovare vicino ai vitaminici orsetti multicolore e alle epicuree caramelle balsamiche violetta e zenzero, sui rami degli espositori, tra gli altri acquisti d’impulso vicino alla cassa, non riuscivano a farmi passare questo senso di vuoto. Adesso direi che al conto mancano circa tremila anni di consapevolezza e seimila di ironia, esageriamo pure, accantonando per un attimo lo scetticismo su quello che la consapevolezza può ottenere. Che è forse quello che sosterrebbe a contrario anche l’intellettuale americano Roth – al mondo mancano tutt’ora tremila anni di consapevolezza, e seimila di ironia -, insieme alle sue vittime più o meno ingenue, più o meno contemporanee.