Nel week end appena trascorso (5-6-7 maggio 2017) si è tenuta la seconda edizione dell’evento annuale “Pensare Migrante“, organizzato da Baobab Experience e sostenuto da tante associazioni e volontari che si impegnano per la causa. 

Cos’è Baobab Experience? (di Daniele Di Giacomo)

Due chiacchiere con Giampiero

Ho fatto due chiacchiere con Giampiero, attivista e organizzatore dell’evento: “Il Baobab, un edificio sito in via Cupa nella zona di Tiburtina, era divenuto un punto di riferimento per i migranti in transito dopo lo sgombero dell’insediamento di Ponte Mammolo (maggio 2015). All’interno del Baobab si svolgevano attività mirate all’inserimento sociale e alla mediazione culturale (corsi linguistici, iniziative per l’inserimento al lavoro ecc…) facendo di esso, più che un semplice locale, un vero e proprio corridoio umanitario. Dopo che, nel 2016, il decreto Tronca ha costretto il Baobab a chiudere i battenti, noi volontari ci siamo riuniti a formare un movimento composto da persone di ogni età, sesso e ceto sociale che ancora lotta per i diritti dei migranti: Baobab Experience. Noi del Baobab, assieme ad altre organizzazioni che ci danno un aiuto concreto (DAC e MEDU per i beni di primo soccorso , A Buon Diritto per gli aiuti legali e tante altre), abbiamo dato vita ad un nuovo presidio in Piazza Maslax, – una piazza che abbiamo rinominato così in onore del ragazzo somalo suicidatosi a Pomezia nel marzo 2017 – offrendo beni e aiuti di prima necessità. Dalla nascita del Baobab ad oggi hanno transitato circa 60mila migranti.”

Consiglierei, per chi volesse approfondire ulteriormente l’argomento, di leggere questo articolo di “Internazionale” che racconta il Baobab e la sua importanza nel contesto della migrazione.

Pensare migrante 2017 – L’evento

Anche quest’anno Pensare Migrante si è svolto all’interno della “Città dell’Altra Economia” nel popolare quartiere di Testaccio. Anche quest’anno sono stati 3 giorni intensi di proiezioni, incontri e dibattiti, a cui hanno preso parte personaggi come Cedrid Herrou (di cui parleremo più avanti). Dalla pagina Facebook dell’evento è chiaro il perché Baobab Experience abbia deciso di investire tempo e risorse per la riuscita dell’evento: “Alla drammatica gestione del fenomeno migratorio a livello nazionale ed europeo, Baobab Experience risponde incontrando gruppi di attivisti provenienti da tutta Europa, per rafforzare una rete di realtà non istituzionali che si occupano di diritti e accoglienza di profughi e migranti.

Copertina dell’evento

L’evento, volto a sensibilizzare la cittadinanza sul fenomeno migratorio,  ha accolto i tanti partecipanti che hanno avuto l’occasione di approfondire il tema attraverso diverse mostre fotografiche, film, documentari, libri, dibattiti e incontri. Questi ultimi, in particolare,  hanno messo in luce aspetti poco spesso trattati come la migrazione correlata ai cambiamenti climatici, le leggi Minniti-Orlando e gli aspetti riguardanti i migranti e minori non accompagnati. Ma andiamo con ordine…

Mostra fotografica all’ingresso di una delle sale della CAE. Dedicata a Maslax

Venerdì 5 maggio – Dipende (da che parte guardi il mondo tutto dipende) – di Daniele Di Giacomo

Una maratona di lungometraggi dal titolo “Dipende (da che parte guardi il mondo tutto dipende)” ha dato inizio a Pensare Migrante. 

Ad aprire la maratona è stata la proiezione di un reportage fotografico chiamato”Exodus” prodotto da Stefano Schirato. Exodus (ho riportato il video qui sotto) è la testimonianza di quel che un migrante vede con i suoi occhi. Exodus è, per l’appunto, il mondo visto da un’altra prospettiva. Vedere per credere:

Ho avuto modo di seguire solo i primi due lungometraggi dal titolo:

  1. If only i were that warrior” di Valerio Ciriaci. Qui la scheda del film.
  2. Come un uomo sulla terra” di Andrea Segre, Riccardo Biadene e Dagmawi Yimer. Il film tratta le storie di diversi ragazzi “sopravvissuti”, partiti dall’Etiopia e con l’obiettivo di arrivare in Libia. Scrivo sopravvissuti perché quel che raccontano i ragazzi circa il loro viaggio lascia semplicemente senza parole. Ecco, per quanto riguarda questo film parole migliori non poteva trovarle Ascanio Celestini, attore e critico cinematografico: “Consiglio di guardare “Come un uomo sulla terra” di Andrea Segre, Riccardo Biadene e Dagmawi Yimer e avere il coraggio di non credere a quello che racconta. Di non credere a questa narrazione, al pianto di Berlusconi, alle fotografie di Gheddafi e a tutte le altre narrazioni. E poi guardarsi una carta geografica, misurare le distanze cercando una strada che dall’Etiopia arrivi in Libia attraverso il Sudan. Chiederci se il lavavetri che incrociamo al semaforo o il facchino che intravediamo al supermercato è qualcosa di più di uno scocciatore che chiede l’elemosina o un’ombra che si affaccia alla porta di un magazzino. E magari scambiarci due parole prima che scatti il rosso, prima di riempire il carrello e andare alla cassa. Forse ci diranno che non è vero, che non esiste alcun prezzo o pizzo da pagare per arrivare in Italia, che non ci sono galere in Libia, che sono arrivati da noi perché le nostre frontiere sono un colabrodo e i nostri concittadini non sono razzisti come gli altri europei, che se fossimo noi a emigrare da loro non ci farebbero entrare. O forse ci racconteranno qualcos’altro. Non crediamo a questo film. È solo un film, una narrazione come tutte le altre. Ma se ci fa venire un dubbio, andiamocelo a togliere.

Vedendo i film

Durante “If only I were that warrior”

Il giorno seguente sono tornato, questa volta accompagnato da un gruppo di ragazzi con il quale abbiamo raccolto tante testimonianze, abbiamo assistito a diversi incontri e fotografato i momenti più belli dell’evento.

Sabato 6 maggio – La sfida delle migrazioni, tra guerre e cambiamenti climatici

Sabato, ore 14. In una delle sale messe a disposizione dalla Città dell’Altra Economia, e in particolare nella “sala Oceania”, si è tenuto un incontro in cui sono intervenuti:

Tema del dibattito: come i cambiamenti climatici stanno influenzando il fenomeno della migrazione. 

Da destra a sinistra: Luca Blasi, il moderatore Giacomo Zandonini, Luca Iacoboni e Giuseppe De Mola

Il primo a parlare è stato Luca Iacoboni, che ha analizzato la stretta correlazione tra l’utilizzo di combustibili fossili e la migrazione: “Una delle principali cause delle guerre di oggi è dovuta ai combustibili fossili. Uno dei principali motivi per il quale le persone fuggono è la guerra. Un utilizzo massivo dell’energia rinnovabile creerebbe meno pretesti per fare la guerra e ne beneficerebbe pure il nostro pianeta.” Luca Iacoboni ha poi sottolineato come GreenPeace Italia sia una ONG che si muove meno sul fronte migrazione per dedicarsi ampiamente sul fronte energetico: “I contributi che offre GreenPeace non sono mirati alla gestione della migrazione, tanto quanto più all’ambiente e alla sensibilizzazione. Lo scorso hanno abbiamo solarizzato il tetto dell’edificio del Comune di Lampedusa. L’edificio non è stato scelto casualmente: Lampedusa raccoglie gran parte dell’energia dal petrolio, un’energia inquinante e costosa. Noi abbiamo voluto fargli questo regalo (la solarizzazione è stata resa possibile grazie ad una campagna di crowdfunding) perchè quest’isola rappresenta un polo di accoglienza per uomini, donne e bambini che fuggono dalla guerra. La stessa guerra scatenata da questa energia “sporca” che è il petrolio.” Inutile dire che questo discorso non fa una piega.

Il secondo a parlare è stato Luca Blasi di Intersos.  L’idea che ha proposto Luca è “Uno scambio di analisi complessiva del fenomeno della migrazione.” – un inno alla chiusura della territorializzazione per procedere con uno scambio di dati, aiuti e idee con lo scopo di affrontare il fenomeno nella maniera adeguata. Luca ha inoltre sottolineato come la politica dell’ “Aiutiamoli a casa loro” sbandierata dalla destra populista sia in realtà una prerogativa attuale di Intersos, che in questi anni ha portato avanti tanti progetti importanti in Etiopia, tra cui la costruzione di una diga mirata all’utilizzo e purificazione di una risorsa fondamentale come l’acqua

Il discorso di Giuseppe Di Mola  ha concluso l’incontro. Dopo aver confermato il collegamento tra i disastri ambientali e la migrazione, il coordinatore di MSF si è spinto oltre, auspicando ad una coalizione tra le diverse organizzazioni non governative. Inoltre Di Mola ha analizzato il concetto di accoglienza italiano, definendolo “un sistema che crea marginalità sociale“.  Nel raccontare l’incontro  non voglio parlare di come funziona l’accoglienza in Italia, di SPRAR e di CAS, di prima e seconda accoglienza; anche perché questo articolo del post discerne la questione in maniera impeccabile. Voglio però sottolineare un dato importante: l’80% dei migranti viene accolto in strutture di emergenza senza avere la possibilità di parlare italiano, senza conoscere il contesto sociale, senza programmi di accompagnamento e inserimento. Il sistema di accoglienza italiano, insomma, fa acqua da tutte le parti.

Sabato 6 maggio – Le leggi Minniti-Orlando: dalla criminalizzazione della povertà a quella dei migranti (di Francesca Charaf)

La sala Biagetti della Città dell’Altra Economia è piena, e le persone continuano ad arrivare, nel pomeriggio di sabato. Si parla delle leggi Minniti-Orlando, che tanto hanno fatto discutere fin da quando sono state proposte, in altra forma, come decreto legge. La moderatrice dell’incontro è Annalisa Camilli, giornalista di Internazionale che da tempo si occupa della questione dei migranti in Italia, e che ha scritto un esauriente articolo sulle leggi recentemente approvate.  Partecipano Antonello Ciervo (ASGI), Valentina Brinis (A Buon Diritto) e Alessandro Metz, (Rete Operatori Sociali Contro i Decreti Minniti-Orlando).

Da sinistra a destra: Antonello Ciervo, Annalisa Camilli e Alessandro Metz

Cominciamo con il fare chiarezza sulla legge che riguarda l’immigrazione. Questi sono i punti principali, che emergono anche durante la conferenza: l’abolizione del secondo grado di giudizio per i richiedenti asilo che hanno fatto ricorso contro un diniego, l’abolizione dell’udienza pubblica, l’estensione della rete dei CIE, centri di identificazione ed espulsione per migranti irregolari, l’introduzione del lavoro volontario per i migranti e la parificazione dell’operatore sociale al pubblico ufficiale.

Il primo ospite a prendere la parola è Antonello Ciervo, avvocato che fa parte dell’ ASGI, l’Associazione per gli Studi Giuridici sull’Immigrazione. Quello che emerge subito è come la nuova legge svuota il diritto ad un giusto processo nei confronti dei richiedenti asilo. Non solo viene tolta la possibilità di un secondo grado di giudizio, stravolgendo quindi la procedura giudiziaria solo per una categoria di persone, ma a queste persone viene altresì negata la possibilità di un’udienza pubblica: in pratica, i giudici e il richiedente asilo non si troveranno mai faccia a faccia, il giudice non potrà ascoltare la persona che dovrà giudicare.

Anche per chi non sa niente di diritto, un campanello d’allarme dovrebbe suonare. Può essere in linea con la Costituzione una legge del genere? Può esserlo con tutti i trattati internazionali ed europei sui diritti dell’uomo, di cui l’Italia fa parte? Quando sarà sollevata la questione di costituzionalità della legge, sarà probabilmente dichiarata incostituzionale, o quanto meno in conflitto con quanto ratificato nei trattati europei; e infatti, come spiega Ciervo, se anche la motivazione dei ministri è quella di velocizzare le pratiche per i tribunali intasati, non è così che si risolverà: l’ingorgo arriverà alla Corte di Cassazione, che solleverà dubbi di costituzionalità. Non a caso le prime critiche alle leggi sono arrivate dai giudici.

Per non dilungarmi troppo sulla questione giuridica e passare agli aspetti sociali della legge, accenno le ultime due questioni che il primo ospite ha toccato: quella del diritto sull’ immigrazione come laboratorio, quindi come terreno nuovo, nel quale si devono ancora trovare linee guida efficaci (queste non lo saranno sicuramente), e quella della regressione culturale che questa legge ci fa fare, ufficializzando il messaggio che da anni parte della politica vuole far passare: clandestino uguale criminale.

Di quest’ultimo tema ha parlato anche Valentina Brinis, dell’associazione A buon diritto. È arrivata trafelata, direttamente dal CIE di Ponte Galeria, a Roma. Spiega calorosamente come le leggi siano un salto indietro di dieci anni, come vanifichino il processo che la sua associazione, come altre, hanno portato avanti e che doveva concludersi con il ridimensionamento dei centri. Il cambiamento di rotta della legge Minniti è forse dovuto a un’errata interpretazione delle richieste delle associazioni, come suggerisce Brinis? In questo caso si può dire che chi ha interpretato era un idiota. Infatti la legge estenderà la rete dei centri, aumentando i posti disponibili, distribuendo sul territorio le strutture, lontane dai centri abitati; niente cambia riguardo al punto principale, e cioè i modi e i tempi dell’espulsione.

Ma cosa giustifica la detenzione nei centri? Sono tutti criminali, i migranti ospitati in queste prigioni? No, spiega Valentina Brinis. Nel CIE di Ponte Galeria sono presenti 62 donne: nessuna di loro ha precedenti penali. Dunque ancora una volta si mettono sullo stesso piano soggetti pericolosi e migranti irregolari, senza una motivazione logica, solo per una questione emotiva: la paura fa leva sulle azioni politiche, la paura “verso chi è povero, sfortunato, emarginato”.  E vorrei aggiungere un ultimo punto sulla questione, che mi sembra paradossale. Come spiega Brinis, è normale voler allontanare soggetti pericolosi dal territorio nazionale, ma, primo: se un soggetto è pericoloso e irregolare, va rimpatriato, senza però aggiungervi una detenzione nel centro, che sarebbe solo una pena aggiuntiva; secondo, se qualcuno è sospettato di far parte di un gruppo terroristico, rimpatriarlo significa perdere una fonte di informazioni importante, mentre tenerlo in carcere, in Italia, potrebbe dare nuove piste alle indagini contro il terrorismo.

Ultimo ad intervenire è Alessandro Metz, della Rete Operatori Sociali Contro i Decreti Minniti-Orlando. Quello che il suo discorso mette in luce sono le difficoltà aggiunte che la legge Minniti porta al lavoro degli operatori sociali, che saranno equiparati ai pubblici ufficiali. In questo modo il ruolo dell’operatore viene snaturato: come spiega Metz, il loro lavoro è quello di supportare le persone nei momenti di difficoltà, di instaurare un rapporto di fiducia, grazie al ruolo di figura terza inserita tra loro e lo stato, finalizzato all’emancipazione della persona. La parificazione con un pubblico ufficiale fa venire meno tutti questi aspetti.

“Come vi siete organizzati, come funziona la vostra rete? Cosa fate per resistere?”

A partire dalla lettura dei decreti, che “ci trasformavano in soldatini nella guerra contro i migranti”, spiega Metz, è partito un appello agli operatori sociali italiani, che ha portato ad un’assemblea autoconvocata a Roma. Il bisogno di confrontarsi, di ritrovarsi e riconoscersi in una comunità, è stato appagato realizzando questa rete sociale. “Non è una rivendicazione corporativa”, precisa Metz, ma la risposta alla necessità di coordinare a livello nazionale gli operatori sociali, di fornire loro un “vademecum condiviso ed accessibile” per far fronte ai problemi che sorgeranno. Lo scopo è esprimere una resistenza collettiva che metta in contatto le associazioni, gli amministratori locali “ribelli” e la società civile.

La grande discriminate del nostro tempo non è più quella tra fascismo e antifascismo; è quella tra chi è per una politica di inclusione, di gestione delle migrazioni, e chi invece è per l’esclusione, il respingimento, le espulsioni generalizzate, conclude.

ASGI, A buon diritto e altre organizzazioni impegnate sul fronte dell’immigrazione stanno promuovendo una campagna per la proposta di legge di iniziativa popolare “Ero straniero – L’umanità che fa bene” per “per cambiare il racconto, superare la legge Bossi-Fini e vincere la sfida dell’immigrazione, puntando su accoglienza, lavoro e inclusione”.

Domenica 7 maggio – Cedric Herrou, Lisa Bosia Mirra e i delitti di solidarietà (di Francesca Charaf)

Da sinistra: traduttrice, Cédric Herrou, Andrea Costa, Lisa Bosia Mirra

 Domenica, prima di pranzo, siamo tornati per assistere a uno degli incontri più attesi: quello con Cédric Herrou, contadino francese della Val di Roja, e Lisa Bosia Mirra, deputata del Canton Ticino. Entrambi sono stati accusati di “aver facilitato l’ingresso, la circolazione e il soggiorno di immigrati irregolari” e di “ripetuta incitazione all’entrata, alla partenza e al soggiorno illegale”.

In un articolo pubblicato su Altreconomia, Ilaria Sesana parla di come “ la mappa dei delitti di solidarietà si allarga su buona parte dell’Europa e, in molti casi, coincide con quella delle emergenze legate all’accoglienza o al transito dei richiedenti asilo. Crisi ignorate dai governi e dalle istituzioni locali, cui solo volontari e attivisti hanno dato una prima risposta fornendo cibo, riparo, assistenza medica, legale e informativa ai profughi.”

E di questo si parla oggi: di delitti di solidarietà. Sul palco insieme agli ospiti c’è Andrea Costa, coordinatore dei volontari del Baobab Experience, che ribadisce come sia importante l’impegno delle persone, la solidarietà attiva, e, in estremis, la disobbedienza civile. “Davanti al dramma delle migrazioni, dobbiamo fare uno scatto; è il momento di riconoscere il diritto alla disobbedienza civile, che è meno grave dell’omissione di soccorso”.

Lisa Bosia Mirra parla della situazione della frontiera del valico di Ponte Chiasso, a Como. Lì, dalla chiusura delle frontiere del Brennero e di Ventimiglia, arriva il flusso di migranti che cerca disperatamente di uscire dall’Italia. Dormono nei piazzali, alla stazione; “vengono respinte ogni giorno 100, 150 persone, che si ammassano nel giardino della stazione; ogni volta che il numero supera le 500 persone, vengono portati via con dei bus, all’hotspot di Taranto. Ci sono persone che hanno fatto questo giro tre, quattro volte: da Taranto risalgono la penisola, e riprovano a passare la frontiera”.

 “Se vogliamo parlare di quello che è la disobbedienza civile, nel mio caso è stata una scelta non scelta; io ho viaggiato, sono stata in molti campi profughi, a Idomeni, lavoro da 15 anni nella migrazione, ma quello che ho visto a Como non lo avevo mai visto prima: sono arrivate persone che avevano trascorso sei mesi nelle carceri libiche, che presentavano ferite, segni di tortura; ricordo la prima sera, ad un ragazzo mancava un orecchio, glielo avevano tagliato i carcerieri libici; un ragazzo di 15 anni con un colpo di arma da fuoco nella schiena, il foro d’uscita sotto il costato, il braccio che già iniziava a paralizzarsi, donne stuprate, con la facci distrutta dai calci; e queste persone venivano rinviate alla frontiera. A un certo momento non è stato più possibile per me tornare a casa lasciando loro al varco. L’ingiustizia esiste nel mondo, la vediamo in molti campi, ma quello che a un certo punto mi è pesato è stato il privilegio: io non ho vissuto guerre, non scappo dalla fame, con il mio bel passaporto posso andare ovunque; e c’è stato un giorno in cui questo privilegio mi è pesato troppo, e quindi ho portato un ragazzo con me, dall’altra parte”.

Per approfondire la questione:

http://www.meltingpot.org/Gioco-dell-oca-con-il-migrante.html#.WRXstfnyi00

http://www.tio.ch/News/Ticino/Attualita/1095935/Ponte-Chiasso-ultima-frontiera/

Cédric Herrou inizia la sua missione nel giugno del 2015, quando la Francia chiuse la frontiera con l’Italia. Da un articolo di Mathilde Frénois tradotto per Internazionale, leggiamo: “non potendo più aiutare le persone a passare, Herrou ha cominciato a ospitarle. “Ci siamo trovati anche in sessanta a casa”, ricorda Lucile, amica e militante. “A ottobre nel giro di 24 ore sono passate di qui cento persone”. Herrou era angosciato per la sorte di “questi ragazzi”. Ha occupato un edificio delle ferrovie abbandonato per alloggiare i migranti e denunciare la situazione alla stampa. Poi sono arrivati l’arresto, la prigione e il processo”.

“Ora vi spiego la situazione della val di Roja” inizia Herrou, in francese. “La valle è metà italiana e meta francese, e vicino c’è la città di Ventimiglia. La politica cerca di far passare questo sentimento “non andate dove ci sono i neri”: non li dobbiamo aiutare, non devono farsi vedere, devono essere nascosti; perchè se vai ad aiutarli rischi la prigione, il processo, il foglio di via“. “All’inizio facevamo tutto di nascosto, facevamo passare le persone senza dire niente. Ad un certo punto ne abbiamo discusso, e abbiamo realizzato che dovevamo mediatizzare la nostra azione, renderla pubblica: noi siamo dalla parte giusta, non è possibile che noi ci dobbiamo nascondere. Il silenzio rende complici.” “Basta nascondere. Basta far finta che non esistano. Anche loro, i migranti, devono poter parlare, far sentire la loro voce. Dobbiamo tutti insieme uscire dall’ombra”.

“In questi giorni abbiamo avuto un’idea che può essere molto bella: delle giornate internazionali e europee che si svolgeranno il 14, 15, 16 ottobre. In questi giorni dovremo fare azioni simultanee: lanciamo un appello senza coordinarci a tutte le città, paesi, piazze europee, un appello per dimostrare la nostra solidarietà verso i migranti con manifestazioni, occupazioni, distribuzione di cibo, feste, musica; c’è tempo, abbiamo 5 mesi per prepararci, e dimostrare chi detiene davvero la politica”

E poi la festa…(di Daniele Di Giacomo)

Domenica pomeriggio, complici il bel tempo, i tanti cittadini partecipanti e soprattutto l’arrivo dei migranti di cui Baobab Experience si prende cura, è stata senza dubbio una gran giornata di festa

Tante sono state le iniziative promosse dalle diverse associazioni: il Baobab in primis ha organizzato un torneo di calcetto 3 vs 3 in stile Joga Bonito. Al torneo hanno partecipato tanti attivisti ma anche i tanti ragazzi africani che hanno trovato ospitalità sotto i capannoni della CAE.

Torneo di calcetto 3vs3

Forse per un momento la tristezza e la stanchezza di questi ragazzi ha lasciato il posto alla voglia di tirare due calci ad un pallone. Sì, perché a nessuno importava davvero di vincere, ma  solo stare in campo in quel momento. Ecco perché la minuziosa organizzazione dei gironi ha resistito fino alla seconda partita, quando chi ha giocato voleva giocare ancora e chi aveva perso lo rivedevi subito in campo, a dribblare e a sorridere.

L’associazione Diritti al Cuore nel frattempo aveva occupato una sala per le visite mediche. Tutte le domenica DAC, che vanta un team di medici ed infermieri professionisti,  raggiunge i migranti in piazza Maslax per fornire cure di primo soccorso. In mezzo alla strada. Questa volta invece è stato diverso, è stato più semplice.

Le visite mediche dei ragazzi di DAC

            

Le tante ONLUS che hanno sostenuto l’evento hanno montato i loro banchetti nel piazzale che introduce alla CAE, proponendo prodotti tipici africani a quant’altro genere di cose. Così abbiamo potuto mangiare i kebab di felafel preparati dai migranti stessi e abbiamo ascoltato le tante iniziative promosse dalle varie associazioni, come quella di “A Buon Diritto”, che raccoglie le firme per la proposta di legge “Ero Straniero”, con l’intento di superare la Bossi-Fini e puntare su accoglienza, lavoro e inclusione.

Non poteva mancare uno spazio musicale con tanti artisti che si sono esibiti ed uno spazio dedicato ai bambini, con giochi, attività e passatempi.

Banchetto di Diritti Al Cuore

Cris e Hani preparano il kebab di felafel (Cris ci tiene a specificare che lui prepara e Hani cucina)

Firma per la proposta di legge “Ero Straniero” promossa dall’associazione “A Buon Diritto”

Banchetto dell’associazione “Man beyond borders”

Banchetto dell’associazione “Slow Food”

E con la giornata di domenica si sono conclusi i 3 giorni dedicati all’informazione su un tema tanto complesso quanto attuale, quello della migrazione. Tutto molto bello, ok, ma l’evidente ondata di razzismo ha invaso e continua ad invadere l’Italia e non solo. Servirà molto ,molto di più per far capire ai cittadini che il problema non sono i migranti, ma politiche sbagliate ed istituzioni non in grado di trovare alternative se non fomentare l’odio e la paura. Giampiero (che ha parlato di Baobab Experience all’inizio dell’articolo) mi ha detto: “La ragione ci spinge ad essere pessimisti, la volontà ci spinge ad essere ottimisti“. Nel frattempo in Francia l’estrema destra guidata da Marie Le Pen subisce una sonora sconfitta alle elezioni presidenziali. Non sia mai che qualcosa stia cambiando…

Riportiamo qui una breve intervista ad Andrea Costa, coordinatore dei volontari di Baobab Experience, nella qual affronta il tema dell’immigrazione, dell’accoglienza e del rapporto con le istituzioni:

Breve intervista ad Andrea Costa, coordinatore dei volontari d…

Andrea Costa, coordinatore dei volontari di Baobab Experience, in una breve intervista affronta il tema della migrazione, dell'accoglienza e del rapporto con le istituzioni. Eravamo al festival Pensare Migrante, dove il Baobab Experience e molte altre associazioni che lavorano nel campo dell'accoglienza hanno raccontato il loro lavoro, la loro sfida e le loro motivazioni.Qui il nostro racconto dell'evento:http://wemagazine.org/2017/05/13/pensare-migrante-il-racconto-di-un-evento/Video ideato e montato da: Enea Orestini

Geplaatst door WeMagazine op zondag 14 mei 2017

A questo articolo hanno contribuito:

  • Daniele  e Francesca come scrittori
  • Dan Argenti come fotografo
  • Enea Orestini per idea e montaggio video