Giunse il giorno fatale, esattamente il 10 giugno del 1940, in una Piazza Venezia colma fino all’inverosimile il Duce Benito Mussolini pronunciò le parole fatali.

Ecco il testo originale passato alla storia:
Combattenti di terra, di mare, dell’aria, Camicie nere della rivoluzione e delle legioni.
Uomini e donne d’Italia, dell’Impero e del Regno d’Albania, ascoltate.
E’ l’ora, segnata dal destino, batte nel cielo della nostra patria.
L’ora delle decisioni irrevocabili.
La dichiarazione di guerra è già stata consegnata agli ambasciatori di Gran Bretagna e di Francia.

La notte successiva fummo svegliati di soprassalto dal lugubre suono delle sirene; tutto il nostro caseggiato spaventato si precipitò nell’attigua fontana, una spaziosa cantina, ed alcuni ci indussero a coprire naso e bocca con un fazzoletto bagnato per proteggersi dal gas che era diventato un incubo.
Cessato l’allarme, dopo circa un’ora circolò la voce che si trattava di un piccolo aereo ricognitore francese che attraversava il cielo di Roma, voce mai smentita ma mai confermata.

Man mano che il tempo passava le notizie contrastanti che arrivavano dall’Europa preoccupavano non poco gli adulti, per l’allargamento del conflitto con l’intervento degli Stati Uniti, che sarà determinante. Noi ragazzi eravamo ormai influenzati dai film di guerra e da modelli di aerei, carri, cannoni, mitragliatrici e armi varie appartenenti ai vari paesi belligeranti.

La più comune delle evasioni per quelle giornate che ci riservavano quotidianamente cattive notizie dai fronti di guerra, era il ballo. Diverse balere, scuole di ballo e festicciole in casa offrivano un’opportunità unica per trascorrere qualche giornata lieta e spensierata; non era raro che in quegli incontri ci si potesse innamorare sulle note del tango, complice il coprifuoco che ci obbligava a tenere la luce spenta per non essere individuati dal nemico nelle incursioni notturne.

Ma non ci risparmiarono bombardamenti in pieno giorno: il più devastante fu quello di San Lorenzo, popolare quartiere distrutto con migliaia di morti, successivamente all’Ostiense, e le ore erano sempre diurne in tarda mattinata, poi, sembra per l’intervento diplomatico della Santa Sede ci lasciarono in pace, e Roma fu risparmiata; altrove in Italia e altrove in Europa i bombardamenti a tappeto, specie quelle industriali, seminavano più morti che al fronte, rendendo la situazione drammatica per tutti, combattenti e cittadini civili.

Nel terzo anno di guerra, il 1943, nonostante la propaganda sapevamo tutti che la nostra disfatta era ormai certa, anche perché molti di noi, pur essendo vietato severamente ascoltavano emittenti straniere, in particolare Radio Londra, che al termine del notiziario lanciava messaggi in codice ai partigiani italiani rifugiati e armati, dalle Alpi all’Appennino.
Uno di questi messaggi, “ l’arancia è matura”, fu interpretato come segnale di prossimo sbarco in Sicilia… cosa che avvenne di lì a poco, e cominciò la risalita verso il Nord Italia.
Contemporaneamente il nostro esercito, impegnato in Grecia, dovette ritirarsi precipitosamente perché le forze tedesche, con le quali combattevamo, furono costrette a dislocarsi sul fronte russo dopo che Hitler, impegnato nella Campagna Russia, riportaò pesanti perdite dopo un’iniziale facile conquista. Quasi nello stesso momento, mentre continuavano sempre più intensi i bombardamenti nelle città inglesi e tedesche e la Francia era totalmente occupata, gli alleati preparavano lo sbarco in Normandia, per porre fine ad una guerra che aveva ridotto l’Europa intera ad un cumulo di macerie, e portato la miseria in tutti paesi occupati: Olanda, Belgio, Danimarca, Polonia. Insomma l’intera area che non riuscì a resistere era occupata da ovest ad est: Inghilterra e Russia rappresentavano l’unico e ultimo ostacolo.

La nostra vita era vissuta alla giornata, la situazione era paradossale. Il pane tesserato con un solo panino a persona, introvabili altri alimenti primari, l’olio d’oliva era valutato più dell’oro, il denaro poteva in qualche occasione sopperire alla terribile assenza di alimenti, ma il martellamento sulla provincia romana dell’aviazione alleata impediva l’arrivo di derrate alimentari a Roma, dichiarata “Città Aperta”.
L’unica possibilità era di recarsi personalmente nei paesi limitrofi, dove però in cambio di alimentari volevano solo indumenti di ogni genere, e non soldi.
Uno dei miei fratelli, tornato in licenza, sfidò il pericolo degli incessanti bombardamenti giorno e notte e con un mezzo di fortuna ibrido, simile ad un camion, tornò con ogni ben di Dio, e per un buon periodo molte famiglie come poterono sopravvivere.

Le nostre speranze riponevano nella convinzione che presto saremmo stati liberati dall’avanzata degli alleati che contemporaneamente avanzavano su due direttrici, quella dell’armata guidata dal generale inglese Montgomery lungo la costa Adriatica e l’altra, guidata dal generale americano Clark lungo la dorsale Appenninica. Quest’ultima armata trovò un’incredibile resistenza da parte di uno sparuto contingente tedesco ben attestato nell’Abbazia di Monte Cassino; nonostante le preponderanti forze alleate ci fu una sanguinosa battaglia durata quasi un anno, che si concluse con la celebre Abbazia completamente distrutta, un gioiello incastonato nelle montagne del Frusinate che sparì.

Il disorientamento della Quinta armata americana fu evidente quando essa sbarcò ad Anzio credendo di essere vicino al mare di Roma, Ostia e Fiumicino, dove era concentrata la nostra modesta artiglieria e altri sistemi per ostacolare l’eventuale approdo.
Insomma all’attesa seguì la rassegnazione, ci si riuniva per dividerci quel poco che ci restava, chi piangeva , chi pregava, chi soffriva, chi moriva, e come se non bastasse si diffuse il laconico annuncio che il nostro Paese aveva chiesto la pace separata, per cui da quel momento sarebbero stati nemici i nostri alleati tedeschi, e i nemici anglo americani amici.

Dopo un primo smarrimento, sperammo in una rapida capitolazione e nella fine di quel supplizio cui eravamo sottoposti da ben quattro anni di privazioni, lutti e distruzioni. Ma la resistenza tedesca a Roma si fece ancora più cruenta, si aprì un nuovo capitolo: la caccia all’ebreo. Si cominciò dal Ghetto e si proseguì per tutta la città, ogni giorno la Gestapo, famigerata polizia tedesca, deportava giovani sospetti di collaborazione con le forze di liberazione. Le nostre abitazioni erano sotto costante osservazione; spesso i tram venivano fermati e fatti scendere i sospetti, alcuni rilasciati dopo snervanti interrogatori ed altri deportati a destinazione ignota, anche i locali pubblici erano sotto stretta sorveglianza, insomma Roma viveva un clima di terrore e indicibili privazioni.

Le condizioni della popolazione romana erano al limite della sopravvivenza. Un giorno una mamma, disperata, si avvicinò furtivamente ad un convoglio fermo nella stazione Ostiense, sapevamo che era colmo di derrate alimentari, ed eludendo la stretta sorveglianza dei tedeschi riempì delle borse di tutto; scoperta le fu intimato di consegnare la refurtiva, la donna scoppiò a piangere e gridando e gesticolando manifestò la sua disperazione di non poter sfamare la sua bambina, il militare l’ascoltò ed ad un tratto decise di separare la refurtiva e permettere alla donna di riempire le borse solo di latte biscotti e dolci per la bambina.
Era la prima volta che la guerra ci esprimeva un gesto di umanità. Seguirono giorni alterni, il ritorno di giovani scampati alla drammatica ritirata dai Balcani e alle gelide steppe della Russia, prigionieri degli inglesi nella torrida terra d’Africa.

I familiari erano felici ma sgomenti, per avere da offrire solo un pranzetto frugale e improvvisato; ricordo mio fratello, reduce dall’Albania, che sorridendo esclamò: “Si mangia meglio al fronte che a Roma!”. Trascorrevamo intere giornate con l’interminabile attesa della liberazione da chiunque purché cessasse l’occupazione tedesca.
Un mattino ci svegliammo a causa di un fragoroso frastuono, provocato da un duello aereo a bassa quota proprio sopra le nostre teste tra due aerei, un caccia tedesco ed uno alleato, si udivano distintamente colpi a ripetizione di mitragliatrice ma nessuno dei due fu abbattuto e si allontanarono velocemente. Sono rimasti a lungo i segni evidenti tracce lungo l’asfalto.

Settembre fu il mese decisivo per la nostra Città. Una sera arrivò una truppa proveniente dal mare, i cui soldati visibilmente stanchi e sofferenti, con la divise sporche e sdrucite, sfilavano lentamente lungo la via Ostiense accompagnati dal rombo assordante dei mezzi meccanici e corazzati usurati e visibilmente antiquati; rimanemmo attoniti, non sapevamo dove andavano e qual era la loro destinazione in quelle condizioni. Sostarono a lungo all’altezza dei MMGG e del Gazometro e notammo che si trasferirono in massa in tutte le terrazze degli stabili e di elevata posizione; corse la voce che si preparavano alla difesa di Roma, inseguiti dai nostri ex alleati tedeschi a loro volta rincorsi dagli alleati anglo americani provenienti da Anzio. Insomma, nelle ridda d’ipotesi si aggiunse la certezza che per non coinvolgere direttamente la popolazione civile si trasferirono alla Piramide a Porta S. Paolo schierando tutto l’armamentario rimasto lungo le mura Aureliane.
All’alba, con l’arrivo della retroguardia tedesca sopraggiunta all’altezza dei Mercati Generali, cominciò l’inferno. Noi, trovandoci in mezzo al fuoco, ci trovammo blindati e isolati per ben tre giorni senza poter comunicare se non saltuariamente con l’esterno. Ricordo che uno dei miei fratelli riuscì a raggiungere casa dopo aver superato a piedi la distanza da via ss. Quattro ( Colosseo) rischiando la vita.

Molti rimasero vittime nel tentare di procurarsi il necessario, furono senza dubbio i giorni peggiori per noi, ignoravamo quello che accadeva nel resto della Città, le notizie filtravano solo coi passa parola, e quando finalmente finì l’incubo e uscimmo dalle tane, ci trovammo di fronte uno spettacolo desolante e raccapricciante: morti tra soldati e civili con accanto blindati e carristi carbonizzati italiani e tedeschi, foto e souvenir delle loro famiglie, ovunque volgevi lo sguardo c’era morte e macerie.
Peggio dei bombardamenti, da quel giorno smettemmo di giocare e diventammo improvvisamente adulti da un giorno all’altro, sentimmo profondamente la repulsione per tutto ciò che era accaduto. L’arrivo delle truppe alleate fu accolto, come era prevedibile, con enorme entusiasmo, se ne stupirono loro stessi, ma la liberazione e la possibilità finalmente di strappare quella maledetta tessera annonaria, così si chiamava, che ti dava diritto ad un misero panino al giorno e pochi altri indigesti surrogati, erano una gioia unica. Riscoprimmo il piacere di assumere un caffè degno di questo nome, anche se eravamo costretti a farci spolpare dalla “ Borsa nera”, una sorta di pratica speculativa che si sviluppò grazie all’assenza di leggi dovuti alla pace provvisoria circoscritta dalla Sicilia al Lazio.