“Oscenamente pop” – per citare proprio Francesco Bianconi – sono esattamente le parole che vengono in mente per descrivere velocemente ed in maniera pressappochista l’ultimo disco dei Baustelle – “L’Amore e la Violenza”, pubblicato il 13 gennaio per la Warner Music.

Non è un caso a mio parere che Bianconi & co. utilizzino proprio un dispregiativo per introdurre il loro nuovo lavoro discografico. Non è una svalutazione. Non è uno svilimento. È una vera provocazione preannunciata già quasi tre anni fa, poco dopo l’uscita dell’album “Fantasma”, forse l’album più ambizioso dei Baustelle, organizzato quasi come una lunga colonna sonora di un film horror degli anni ‘70/’80, profondamente sinfonica, esoterica e spettrale che poneva le orchestrazioni al centro di ogni cosa.

Quindi forse è proprio per misurarsi nuovamente, o per ritornare sui propri buoni e primordiali passi, che quest’ultimo disco “L’Amore e la Violenza” va da tutt’altra parte?!

 Si sa solo che, dopo qualche giorno l’uscita dell’album, questo fa già discutere moltissimo fan e haters, creando molte opinioni discordanti anche tra i più fedelissimi. Direi dunque che il loro “oscenamente pop” servisse proprio a spoilerare genuinamente un qualcosa che potesse destare un’attenzione, un’appannata curiosità che allo stesso tempo stabilizzasse e riordinasse gli animi di un pubblico abituato ogni volta a rimanere disorientato, piacevolmente confuso dalla sempre nuova deriva delle sonorità baustelliane. Un pubblico questa volta trepidante di un pugno nella bocca dello stomaco, dopo ormai tre anni di attesa.

Bisogna ammettere però che, anche se il disco è descritto in maniera assolutamente antitetica come “oscenamente pop” … anche se, al primo ascolto, viene da skippare su una o due tracce veniali come “Basso e batteria”, o anche se viene facile pensare che il “peso specifico” dei brani sia, in fondo, poco consistente, tutto si potrebbe dire ma sicuramente non che non sia un disco curato e ben scritto – come qualche fan si è azzardato di dire nei meandri di un web pretenzioso e libertario. Questo assolutamente NO! Non è oggettivo, tanto meno veritiero o condivisibile.
Perché? Perché “L’amore e la Violenza” è un disco ben strutturato, ordinato, rilegato anche nei minimi particolari, fatto in maniera acrobatica, multicolore, vintage, di montagne russe, di saliscendi. Una piena e giusta sintesi musicale con tutti gli album precedenti e, se ascoltato con molta cura, metterà forse d’accordo i fan più longevi con quelli di nuova data.

Qualcuno descrivendo questo disco ha parlato di “Avantpop” e dell’universo estetico e metodologico complesso e compresso di una certa tipologia di arte scaturita dal postmodernismo negli anni novanta del XX secolo, quell’arte fatta dai cosiddetti figli dei Mass Media. Mai terminologia fu più azzeccata dall’autore statunitense Mark Amerika, che scrisse il manifesto del movimento “Avant-Pop”. Sì Signori! Questo disco è una dannatissima e bellissima opera Avant-Pop che non tutti hanno capito o capiranno, perché purtroppo non coglieranno lo scarto intellettuale che esiste tra chi rimane incollato alle derive nostalgiche di un pop generalista che ha fatto il suo corso e chi cerca irrimediabilmente di essere la voce di generazioni e generazioni di adolescenti, naïf troppo cresciuti, alla ricerca di un’epoca buona da vivere. Perché è questo che fanno i Baustelle, da sempre. Sono il collante generazionale che riesce a fotografare l’essere umano raccontandolo fuori dai pilastri morali precostituiti, rendendolo ugualmente elegante e mostrandolo come parte di NOI. Con questo meraviglioso album, riescono a farcelo accettare tra “l’amore e la violenza” di un XI secolo “mastodonticamente” contraddittorio.

Capaci di comporre brani contenenti melodie orecchiabili – e quest’album ne è l’assoluta conferma con alcuni pezzi come “Amanda Lear”, “Betty”, “La Vita” – i Baustelle le cuciono perfettamente a testi di alto livello letterario, ricco del citazionismo sfrenato tanto amato da Bianconi, ma che è anche da sempre il cuore pulsante della sua composizione. Non a caso “Amanda Lear” è stato il primo singolo estratto dall’album, poiché il ritornello, lo sapevano bene, ci sarebbe entrato irrimediabilmente in testa, non dando la possibilità di fare altrimenti che cantarla pure nel sonno. Con questo singolo ci hanno mostrato in anteprima, togliendoci ogni dubbio, quale sarebbe stato l’andazzo: melodie elettroniche, sintetizzatori, minimoog, mellotron, organi, vox Continental, marimbe, testi caustici, ritornelli che rimangono attaccati al fegato e campionamenti di tamburi che proseguono anche in tutti gli altri brani. Si capisce al primo ascolto dell’album il bell’eco alle sonorità del caro maestro Battiato, e qualche citazione come: “Io non voglio più ascoltare questa musica leggera” – confermano l’ipotesi.

Chi cerca la nuova canzone d’autore non può che rimanere soddisfatto da due brani che sembrano venire direttamente dagli anni sessanta, e che sembrano altresì cuciti sui mostri sacri di Mina e De Gregori: “La Vita” e “La ragazzina”, brano che chiude un album che per fortuna si ha subito voglia di rimetterlo da capo, senza pensarci due volte, perché quest’album DEVE essere necessariamente riascoltato per capirne ogni sfumatura letteraria. Probabilmente al secondo ascolto, per esperienza, quello che accadrà sarà il soffermarsi a ripetizione sul brano “Betty”, il cui testo dà il titolo all’album e che forse ne è il brano più bello sia per parole che per melodia. Fantastiche.

Insomma i Baustelle con “L’amore e la Violenza” arrivano ad una sorta di apice di perfezionamento e dimostrano ancora una volta con i fatti, (visti i sold-out delle prime date del loro tour) e con le loro canzoni che al momento, in Italia, gente che scrive musica come loro ce n’è davvero poca.