Il periodo che precedette la deflagrazione mondiale fu vissuto dalla mia generazione con relativa serenità, pur nella povertà, che per alcuni era vera e propria indigenza; i venti di guerra che soffiavano sembravano spifferi.
Ricordo che i primi militari li vidi dalla finestra che marciavano ordinati. Soprattutto ricordo la pelle scura e la divisa a colori sgargianti, si trattava dei cosiddetti Ascari, una sorta di ausiliari che il nostro governo addestrava dopo la guerra d’Etiopia: siamo nel 1936 e Francia, Inghilterra e le altre potenze europee facevano man bassa del vasto territorio del continente nero.

I proclami e la propaganda che il Fascismo e la nostra Monarchia diffondevano con i mezzi allora disponibili come i manifesti , la stampa e la giovane Radio, che era la principale fonte d’informazione, ci inorgoglivano con le promesse di un futuro migliore, le conquiste d’oltre mare, definite un radioso posto al sole per il nostro avvenire e l’emancipazione del popolo.

Il calcio, il nostro miglior passatempo

Ma la nostra attività, data l’età, era il gioco, quello del calcio soprattutto, poi seguivano la bicicletta che non tutti se la potevano permettere, la box che spesso finiva col viso tumefatto, il resto ce lo davano i genitori con calci al sedere. Interessanti i giochi patriottici anti stress, come ruba bandiera. Si trattava semplicemente di invadere il campo nemico e rubare la bandiera e riuscire a portarla nel proprio campo, ben custodita, di solito eravamo in numero di nove, e fino a tarda sera si svolgevano incontri combattuti. Poi quei giochi minori che richiedevano piccoli gruppi: il noto “tre tre giù giù” e “uno mona la Luna” e molti altri, che la nostra fantasia creava pur di divertirsi. I giochi da tavolo si praticavano nei mesi invernali, dal tradizionale Monopoli al mercante in fiera, dalla dama alle carte; insomma i problemi erano appannaggio degli adulti, sebbene talvolta erano palpabili e risentivamo anche noi di quell’atmosfera pesante.

I giorni successivi però il calcio tornava al primo posto nei nostri pensieri. La parrocchia di S. Benedetto al centro del quartiere disponeva di un bel campetto, anche se d’inverno si allagava rendendo impossibile la gara, visto che il pallone, già pesante , bagnato diventava un masso informe. Ricordo i tornei ad eliminazione diretta e squadre dai nomi ad effetto come Indomita, Ardimentosa, Invincibile, Intrepida. La domenica, poiché i biglietti erano cari, ci appostavamo arrampicandoci sul Monte dei Cocci di Testaccio, dove si vedevano tre quarti del campo a causa di una tettoia che ci copriva la visuale. Si trovava in via Zabaglia, proprio dinanzi al Cimitero Acattolico, meglio conosciuto come quello degli Inglesi. La prima ospite a girone unico fu l’odiata Zebrata Juventus, che fu sconfitta per ben 5 a 0, consultare gli almanacchi per chi ne dubita. Ma la nostra pacifica vita era spesso funestata da presagi di una imminente guerra tra la Germania e gli stati europei confinanti, presi di mira da un despota noto come Hitler con presunte rivendicazioni territoriali ma soprattutto ideologiche.

Bucato sociale

Ricordo che ero ad Ostia mare nel 1939 con le mie sorelle, che erano rispettivamente occupate, una alle PPTT e l’altra al più grande magazzino d’abbigliamento “La Rinascente” per cui potevamo permetterci di frequentare il Plinius, lo stabilimento più prestigioso del mare di Ostia. Gli altoparlanti annunciarono solennemente in diretta dall’ EIAR, così si chiamava la RAI, che la Germania stava invadendo la Francia senza una dichiarazione di guerra. Un atto gravissimo che nelle ventiquattrore successive indusse l’Inghilterra a dichiarare guerra alla Germania. Chi aveva consuetudine a frequentare il centro della città poteva constatare l’assoluta indifferenza a queste notizie che arrivavano dai nostri confini, e mentre ad ovest la Francia era invasa, ad est la Polonia era già sotto il giogo nazista, tutto in pochi giorni.

A Roma si mangiava il gelato da Fazi e ci si sedeva a prendere il caffè da Ruschena dopo il film in prima visione infarcito di propaganda, e le fanfare tra il Campidoglio e la “ via Imperiale” in serata. Il teatro occupava un posto preminente nelle serate mondane della Capitale, ma era limitato alla classe piccolo borghese per l’alto prezzo del biglietto. Io ebbi la fortuna, in qualità di reggi moccoli di mia sorella , fidanzata ad uno di loro, di frequentare spesso quel genere di spettacolo, che pur essendo giovanissimo apprezzavo. Di forte richiamo erano il Valle e l’Eliseo, e il Quirino per le compagnie musicali ed internazionali.

Il maggiore dei miei fratelli con un commilitone in via dei Magazzini Generali

Ma la situazione stava precipitando, si cominciava a temere un nostro coinvolgimento a fianco della Germania: il Duce non nascondeva le simpatie politiche dello schizofrenico Führer, e per manifestare la sua volontà di allearsi con lui, anche perché era un potente vincente, lo invitò a Roma.
Quel giorno tanto atteso dal regime e da un notevole numero di cittadini, mi trovai lì tra loro, perché l’arrivo di Hitler era previsto alla nuova moderna stazione Ostiense, inaugurata per il Teutonico dittatore. La piazza antistante era abbellita da una graziosa fontana, il viale Aventino cui si svolgeva il corteo scortato era illuminato a giorno, ma il nostro ricordo di ragazzi di quella sceneggiata è legato a quel grande orologio meccanico posto sulla sommità dell’entrata della stazione decorata di splendidi mosaici.
Di quel quadrante che spaccava il secondo sovrapponendo una lastra sul numero successivo ci affascinava la sua imponenza e precisione, da fare invidia ai nostri orologi per lo più regali della prima comunione.

I giorni che seguirono furono gravidi di cambiamenti. L’opinione pubblica era ormai orientata a parteggiare per un nostro intervento un guerra a fianco della Germania, ma una sparuta minoranza era scettica e giudicava l’impresa avventurosa e pericolosa per un Paese impreparato e militarmente insignificante; solo un’ambizione sfrenata poteva avallare simile scelta, e purtroppo le adunate oceaniche che si svolgevano a Piazza Venezia al grido di maledetti Inglesi e Francesi persuasero anche quelle rare voci di dissenso all’interno del regime stesso.

I miei tre fratelli

Le scuole provvidero a preparare gli studenti con dei vistosi manifesti: ad osservare le disposizioni per indossare maschere anti gas contro possibili incursioni aeree e diffusione di gas asfissianti, a guadagnare in fretta il ricovero più vicino nel caso di incursioni del nemico, segnalate dal sinistro suono delle sirene d’allarme, e, non ultima , la raccomandazione di risparmiare il più possibile e arrangiarsi con prodotti surrogati a causa delle restrizioni delle sanzioni inflitte dai paesi europei.

Che la data della guerra fosse imminente lo testimoniarono la pioggia di cartoline di chiamata alle armi; toccò a tutti i miei fratelli, i due più grandi furono richiamati e il terzo, avendo compiuto proprio quell’anno ventun’anni fu chiamato per leva militare normale come tutti della sua età.