L’inizio degli anni di piombo si sovrappone al periodo della contestazione del Sessantotto che interessò l’Italia e L’Europa. Dopo le proteste studentesche arrivarono le lotte dei lavoratori per i rinnovi contrattuali, con forti contrasti nei posti di lavoro e nelle fabbriche. Era il cosiddetto “Autunno caldo”. Un serie di azioni e avvenimenti violenti scossero tutta Italia.

 

Lotta Continua e l’intervista a Casalegno

Lotta Continua fu una delle maggiori formazioni della sinistra extraparlamentare italiana, di orientamento rivoluzionario operaista, nella prima metà degli anni settanta. Nacque nel 1969 in seguito a una scissione in seno al Movimento Studenti e operai di Torino, che aveva infiammato l’estate delle lotte all’Università e alla Fiat.

Lotta Continua si distingueva dagli altri gruppi per il movimentismo più spiccato, per l’eterodossia e la critica ai regimi comunisti. Il giornale continuò ad uscire in edicola anche dopo lo scioglimento informale nel 1976, per chiudere definitivamente nel 1982.

La testata di Lotta Continua nacque come settimanale nel 1969, fino alla primavera del 1972 fu bisettimanale, per divenire infine quotidiano nel 1972. Il primo direttore responsabile della rivista fu Piergiorgio Bellocchio, che mise unicamente la firma, senza seguire la lavorazione del giornale; il suo posto fu occupato in seguito, tra gli altri, da Marco Pannella, Pier Paolo Pasolini, Giampiero Mughini. Alcuni di loro furono colpiti da denunce e diffide, ma non fecero mai parte del movimento politico, prestando il proprio nome come direttori responsabili per le esigenze di legge da una posizione di “simpatizzanti”.

 

Il 18 maggio 1972, all’indomani dell’omicidio di Luigi Calabresi, il quotidiano accusò apertamente il commissario di essere “il maggior responsabile dell’assassinio di Pinelli”. 

Nel 1972, Andrea Casalegno fu ar­restato a Torino, per aver distribuito i volan­tini con cui Lotta Continua approvava l’omi­cidio di Calabresi.

«Era entrato da poco in LC, dopo 18 mesi di servizio militare. Quan­do seppe dell’assassinio del commissario, pensò che il loro gruppo fosse del tutto estraneo. Ucciderlo gli pareva un’aberrazio­ne non solo morale ma politica: a noi Cala­bresi serviva vivo, in vista del processo che avrebbe dovuto far luce sulla morte di Pinel­li, di cui i principali giornali italiani avevano accreditato versioni inverosimili. Completa­mente diversa fu la nostra reazione quando, se­dici anni dopo, avvenne l’arresto di Sofri. So­prattutto perché c’era di mezzo Marino».

Perché?

«Perché tutti sapevano benissimo chi era Leonardo Marino. Solo qualche sprovveduto può ancora far finta di ignorar­lo, Marino non era uno qualsi­asi. Fu la prima avanguardia Fiat licenziata e mai riassunta per la sua attività politica. L’emblema dell’operaio-massa. Ed era politi­camente e umanamente molto vicino a So­fri. ‘Marino libero, Marino innocente’ non è più di una battuta. Difficile che abbia agito di testa sua; del resto, in un’organizzazione rivoluzionaria chi mette a repentaglio le vite dei compagni con un’azione inconsulta vie­ne allontanato, e questo a Marino non è ac­caduto. Ci vuol davvero molta ingenuità, o peggio, a sostenere che si sia inventato ogni cosa. Non è così. E questo gli ex di Lotta con­tinua lo pensano tutti».

Ma non lo dicono.

«Sì invece. A ben vedere, in molti l’hanno fatto capire, magari per allusioni. Ma non voglio esprimermi oltre. Non è mia intenzio­ne maramaldeggiare. Certo non troverete la mia firma in calce ai manifesti che protesta­no l’assoluta estraneità di Sofri. Né del resto mi è mai stata chiesta. Non frequento più i vecchi compagni, tranne un paio di veri ami­ci ».

Furono Gad Ler­ner e Andrea Marcenaro a intervistare Casa­legno per il quotidiano Lotta Continua, dopo il ferimento del padre, Carlo Casalegno, avvenuto il 16 novembre 1977. Un’intervista in cui Casalegno rievocava la prima azione delle Br, il sequestro Macchiarini del marzo 1972:

«A noi di Lc quel rapimento non era dispia­ciuto perché, dicevamo, e forse era vero, un sacco di operai ne erano contenti. Però quel­lo era il primo passo nella logica che li ha portati a sparare in faccia a mio padre, senza neppure conoscerlo».

Oggi però Casalegno dice che «quell’intervista fu sopravvalutata. Sì, molti fanno risalire ad allora la propria presa di coscienza. Però quella notte le co­pie del giornale furo­no bruciate davanti ai cancelli di Mirafiori. Ricordo la sorpresa con cui fu annotata la commozione degli amici di papà al suo capezzale: ci si stupi­va nel notare che gli azionisti torinesi non erano esponenti della borghesia marcia e ipocrita, che erano uo­mini come noi».

Gio­vanni De Luna ha rav­visato nel moralismo un tratto comu­ne tra gli azionisti torinesi e i militanti di Lotta Con­tinua.

«Una parentela c’era, anche in senso tecnico – dice Casale­gno – . Molti di noi, da Revelli a Gobetti ad Agosti, eravamo figli o nipoti di azionisti, così come altri veniva­no da famiglie comu­niste. Ma i nostri pa­dri si erano battuti contro nazisti e fasci­sti, ed erano nel giu­sto.

Noi ci siamo bat­tuti per la rivoluzione, ed eravamo nel torto. Molti però sono tutto­ra convinti di aver sempre avuto ragio­ne, sia all’epoca sia og­gi che magari lavora­no per il nostro presi­dente del Consiglio o militano nel suo cam­po. Invece abbiamo commesso errori terribi­li. E non lo dico perché sono il figlio di una persona assassinata. Certo è impossibile ar­rivare a una memoria completa, ma non dobbiamo smettere di esercitare la riflessio­ne critica, la ricerca storica. Sono contrario a colpi di spugna, a una presunta pacificazio­ne per chiudere una guerra che non è mai esistita. La penso come il figlio del giudice Galli, assassinato nel 1980 da Prima Linea, l’organizzazione terroristica nata dal servi­zio d’ordine di Lotta continua: sono contrario a film come quello che getta una luce ac­cattivante su Sergio Segio, che di Prima Linea fu uno dei capi. Tutto è lecito, ma non tutto è opportuno».

 

Gli anni di piombo romani

Sigle estremiste di destra e di sinistra spuntavano come funghi, la tensione e gli scontri con la polizia erano ormai quotidiani nelle aziende , negli Istituti Didattici, nei Licei e nelle Università. Operai e studenti, uniti come mai, sfilavano in corteo nel centro e nelle periferie con canti di lotta, e molti con catene e spranghe che causarono inevitabili disordini.

Era un periodo della storia italiana caratterizzato da luci e ombre; sullo sfondo della guerra fredda, Brigate rosse, formazioni terroristiche di destra e di sinistra, i rapimenti, gli assassinii e le stragi ne hanno rappresentato un torbido e drammatico scenario, che ancora oggi ci rimanda l’eco sinistro di quegli anni.

Ricordo che al termine del primo tempo di una partita di calcio, nella quale gareggiava la squadra che dirigevo (Ostiense), tre dei componenti abbandonarono il campo da gioco per raggiungere i compagni, dopo aver appreso che uno di loro era morto durante i disordini.

Scrivendo questo articolo ho ricontattato, tra le mie conoscenze, coloro che hanno frequentato gli Istituti più coinvolti in quel periodo caldo, come L’Armellini, l’Archimede  e il Giulio Cesare, notoriamente  della Roma bene, e il Mamiani, dove nacque il ’68 romano.

Elsa Todini, ex studentessa del liceo Archimede, mi ha permesso di condividere qui i suoi ricordi di quei tempi concitati:

“Ore 7.45. Arrivo trafelata, come sempre, alla fermata dell’autobus in via Conca d’Oro.

La tabella verde svetta tra il forno e il negozio di pellicce. Da lì a poco sarebbe sopraggiunto il famigerato 38 barrato. Avrebbe aperto le sue porte che, come bocche fameliche, con una sorta di magico risucchio, mi avrebbero inghiottito catapultandomi in mezzo agli altri studenti. Tutti in viaggio verso il Nuovo Salario, accomunati dalla stessa meta. Andavamo a “rinchiuderci” in quella grande scatola grigia ravvivata da numerosi avvolgibili rossi: il Liceo Scientifico “Archimede”. Le fermate che ci separavano dalla scuola, ubicata in cima alla salita di via Cavriglia, erano solo quattro, se non ricordo male. In quel breve tragitto poteva accadere di tutto. Si aprivano mini dibattiti, si ripassava al volo la lezione, si rimorchiava, oppure si parlava di calcio. Quel carico di anime bizzarre e colorate era piuttosto disomogeneo e strepitante.

Ma all’improvviso, quasi alla sommità della salita, dove la strada tornava pianeggiante, le chiacchiere, le battute, il chiamarsi da un capo all’altro dell’autobus, lasciavano spazio ad un corale momentaneo silenzio, interrotto da un grido di tripudio: ” e vaiii ce stanno pure oggi!”. Il “ce stanno pure oggi” era riferito ai poliziotti che, all’interno della camionetta, stazionavano, ormai quasi quotidianamente, davanti alla nostra scuola. Sì perché la mia scuola, il liceo scientifico “Archimede”, non era proprio una scuola ordinaria.

La mia era quella che si diceva una scuola politicizzata, come L’Armellini rossa a S. Paolo, ce ne erano tante altre in quel periodo a Roma. Siamo nella seconda metà degli anni ’70 e l’aria è intrisa di politica e pallottole, di violenza e scontri, di spranghe e caccia all’uomo, di ideali che hanno messo su barricate contrapposte tanti giovani di allora. Che combattevano, e a volte morivano, per abbattere il mondo dei grandi; gli stessi grandi che sono riusciti a manipolarli senza mai esporsi in prima persona, senza mai rischiare, perché già politici navigati, privi di quell’entusiasmo che leggevi negli occhi di tanti ragazzi. Entusiasmo che, però, ti poteva lasciare esanime sull’asfalto.

Erano i cosiddetti “anni di piombo”, e noi abbiamo vissuto in prima persona quella fetta di storia. Una storia raccontata, nei telegiornali e nei quotidiani dell’epoca, con immagini in bianco e nero. Come un quadro con ombre e chiaroscuri che enfatizzavano il clima di tensione, e rendevano tutto cupo, nonostante la moltitudine di quei ragazzi che scendevano in piazza formasse, invece, cortei iridati e variopinti come tavolozze di colori.

Il grande edificio che ci accoglieva era imponente; dalle sue forme si capiva che era nato per essere adibito ad un uso prettamente residenziale e poi, chissà perché, chissà per come, riconvertito in struttura scolastica. Il pezzo forte del nostro istituto era il piano pilotis, ambientazione e scenario della vita sociale della scuola: una sorta di spaziosa agorà. Tra i suoi pilastri accanite partite di pallone e botte. Amori, canne ed eroina. Sembrava di entrare in un formicaio e di sentire i sogni, le speranze, gli amori, le aspettative di mille ragazzi. E il dolore nascosto di chi aveva scelto l’eroina quasi per gioco o per emulazione, come la bella B., una mia compagna di classe, che aveva iniziato a drogarsi solo perché il suo ragazzo si faceva. E come tralasciare quello che era nato come garage e trasformato, per l’uso scolastico, in palestra. Luogo che, il più delle volte, invece di vederci impegnati in acrobatiche piroette ed esercizi ginnici, era teatro di mitiche, inesorabili e rumorose assemblee. Vi si accedeva tramite una scala e, lungo il percorso, inebriati da una certa palpitante emozione di scoperta, si aveva l’impressione di scendere agli inferi, tra nuvole di fumo di sigarette e l’odore acre degli spinelli. Ancora mi rimbombano nella testa le voci al megafono di quegli studenti molto più grandi che arrivavano dall’università a sobillare gli animi di noi piccoli: “compagni dobbiamo combattere contro il sistema…, dobbiamo lottare…i fascisti…cioè, capito…”

Il megafono era una sorta di scettro che, in quel momento, dava all’oratore tutta l’attenzione della folla che si accalcava nella palestra e lo rendeva incredibilmente affascinante. Tutto diventava una giustificazione per manifestare dissenso.

Per fortuna nella mia classe non c’erano teste calde, tutt’altro. Compiti, pallone e racconti dei primi amori, che si spingevano timidamente un po’ oltre il bacio, erano i nostri argomenti preferiti. Eravamo proprio i cosiddetti bravi ragazzi. Addirittura alcuni di noi arrivavano di buon’ora per poter salire in classe prima che iniziasse il picchettaggio davanti ai portoni d’entrata. Eravamo carini con i nostri loden verdi, blu e addirittura di colore bianco, appannaggio esclusivo di Patrizia. Forse non c’entravamo niente là dentro. Ma c’eravamo. Picchettaggi e volantinaggi camminavano di pari passo. Le stelle a cinque punte e le cause più disparate, prese a pretesto per organizzare scioperi, riempivano i volantini. Eravamo informati sugli accadimenti nel mondo. Non c’era possibilità di scelta. Se “i compagni” avevano deciso che quel giorno non si sarebbero tenute le lezioni, non si entrava. Punto.

Ancora ricordo chiaramente quando durante una lezione del primo anno, dopo un periodo di occupazione, bussarono alla porta della nostra classe un gruppetto di ragazze con zoccoli, trecce e un cappelletto in mano: “stiamo raccogliendo i fondi per una compagna che deve abortire”. Sì perché, durante le occupazioni, oltre all’autogestione con alunni in cattedra e momenti di alto confronto, c’era anche una parte più ludica, di amore e musica. Ancora rido se ripenso all’espressione tra lo sconvolto e il basito di mia madre quando le raccontai l’episodio. Dopo un attimo di silenzio disse a gran voce a mio padre: “dobbiamo cambiare scuola alla bambina!”.

Un’altra immagine rispolverata è quella delle battaglie intraprese con i nostri vicini dell’Istituto tecnico “Pacinotti”, da noi considerati studenti di serie B. Lanci di zolle di terra e di uova, alle volte, ravvivavano la sosta nel cortile comune.

Ma uno dei ricordi più forti risale al giorno in cui rapirono Aldo Moro. Eravamo in classe. Ad un tratto la porta fu spalancata con irruenza da alcuni attivisti che, dopo aver buttato all’aria tutti i nostri libri, urlarono :”hanno rapito Moro! fuori tutti!“. Intanto un rumoroso corteo interno si arrampicava, come un’immensa anaconda, lungo tutti i piani.

Sono passati ben 34 anni dalla fine del liceo. Ma non è un capitolo chiuso. Sento e vedo ancora la mia compagna di banco Dania, che chiamo tutt’ora con il soprannome che le avevo dato all’epoca. Mille volte abbiamo ripercorso insieme quegli anni, ridendo come allora. E mille volte abbiamo ricordato i nostri compagni di classe Marco, Patrizia, Rossana, Sergio, Arcangelo e tutti gli altri, con i quali abbiamo organizzato tante belle rimpatriate. Così come abbiamo rammentato i nostri professori, come l’insegnante di matematica, che diede a me e Dania un bel 3 al primo compito in classe; eravamo troppo prese a inseguire in assemblea il bellissimo e irraggiungibile Matteo.”

 

All’Armellini c’era tutt’altra atmosfera: un’assemblea a settimana,  tra Che Guevara, jeans sdruciti e montgomery scoloriti, bandiere rosse e bandiere nere, boia chi molla, cori anti fascio e cortei e teste rotte e scontri dentro e fuori. Bokassa infame dittatore d’Africa, Ordine nuovo, Boia chi molla, Potere Operaio e giù botte da orbi.

Al Liceo Mamiani si fece il post Sessantotto, tra il filosofo, sociologo e politologo germano-statunitense, tra proclami e bombe molotov, che trovarono insieme al mondo della scuola e alle Università un ragguardevole punto di riferimento.

Seguirono anni di moderazione e significativa ripresa economica, che produssero spensierato consumismo ed edonismo diffuso, ma anche corruzione e clientelismo, come dimostrò lo scoppio del caso Tangentopoli: finì la prima repubblica, e ancora non se ne vede una seconda.