Viviamo in un tempo dominato dal consumo dell’informazione. Chi la produce, infatti, deve adattarsi ai gusti e alle tendenze dei consumatori, pena il fallimento e la scomparsa dalla scena della sua rivista/blog/(tele)giornale. La vicenda di Dj Fabo e il tema dell’eutanasia rientrano in questo schema. Al di là delle intenzioni del protagonista, colpisce la quantità di reazioni, posizioni, proclami che hanno preceduto e che hanno fatto seguito all’annuncio del viaggio in Svizzera e al suo esito. Risultato: tutti hanno capito il dolore di Dj Fabo, pochi lo hanno compreso.

 

Qualcuno potrebbe sostenere che nel momento in cui una vicenda esistenziale diventa tema di dibattito pubblico, e forse dell’agenda politica, è  normale che le posizioni si definiscano attraverso una netta contrapposizione. A livello politico la cosa non stupisce: nessuna legislazione è infatti frutto di scelte ‘neutrali’, ma parte sempre da principi e valori ben definiti. In una pubblica riflessione, una riflessione cioè che si propone al pubblico e che si fa con esso, stona tuttavia la nettezza di certe posizioni e la sicurezza ostentata nei conseguenti proclami. Abbandoniamo allora la dose di cinismo adottata nella premessa di questo articolo,  per esperimento assolviamo i media e i personaggi pubblici dall’accusa di mercificazione dell’informazione, e analizziamo le due principali posizioni ‘esistenziali’ emerse a partire dalla storia di Dj Fabo.

 

 La vita come dono, sacra e inviolabile

La prima è la posizione di chi sostiene l’indisponibilità della vita al vivente. La vita della persona è un valore sacro e inviolabile, più che proprietari dovremmo definirci custodi di questo immenso  dono. Attorno a questa idea troviamo alcune parole particolarmente generative. Matteo, disabile a causa di un’asfissia dalla nascita, contrario all’eutanasia, racconta come spesso siano i normodotati ad essere i ‘deficitari di cuore’, incapaci di costruire un mondo nel quale la diversità venga valorizzata, pur non rinunciando alle cure necessarie che questa richiede.

Non possiamo non sottolineare, però, il rischio che si cela dietro l’affermazione del valore sacro della vita, e cioè che parole come ‘valore’, ‘vita’, ‘sacralità’ divengano bandiere ideologiche, dietro le quali nascondersi pensando di combattere la nostra ‘buona battaglia’.  Paradossalmente, proprio da un libro sacro, il libro di Giobbe nell’Antico Testamento, emerge con chiarezza il pericolo. Come alcuni commenti hanno brillantemente illustrato [Ceronetti (1969), Bruni (2016)], il libro di Giobbe è uno dei testi fondamentali per costruire una grammatica dell’umano che renda conto della complessità del vissuto esistenziale. Ebbene è nella domanda senza risposta di Giobbe, nel suo chieder conto delle ragioni dell’ingiustizia commessa da Dio nei suoi confronti, nel lamento straziante contro un Dio che egli chiama a processo, come giudice e come testimone, e che ciononostante ama e aspetta fino all’estremo, che il dolore e la sofferenza estremi di Dj Fabo dovevano essere ascoltati. Chi non ne ha condiviso la scelta, fino a definirlo nei casi estremi ‘vigliacco’, molto spesso non era a gridare con Giobbe, a domandare il motivo di così tanto dolore e ingiustizia (“inferno di dolore, di dolore, di dolore” scriveva Dj Fabo); era invece con i presunti ‘amici’ di Giobbe, con coloro che invece di compatire e assistere lo sventurato, lo accusavano di essere colpevole e responsabile della propria sventura. Falsi amici che, in nome di una giustizia fatta di sole norme e di precetti, urlavano parole e slogan privi di compassione, che sola può e vuole esistere sul piano esistenziale. Ecco perché la posizione dell’indisponibilità della vita al vivente, prima e soprattutto, dovrebbe essere una posizione di silenziosa, irrequieta e costante domanda al mondo (e a Dio), condivisa con chi ne sperimenta costantemente le ingiustizie e il dolore. La vita potrà essere difesa soltanto se ci faremo carico di ogni suo aspetto, e se sperimenteremo nel dolore estremo un tipo di fraternità che ci porterà a chiamare ‘sorella’ anche la morte, così da chiederle un po’ di pazienza prima del nostro turno.

 

 La libertà radicale di scegliere

La seconda tesi è quella che vorrei chiamare della ‘libertà radicale’. Il valore fondamentale della vita umana, ciò che conferisce a l’essere  umano la dignità, è la libertà di auto-determinarsi, vissuta fino alle sue estreme conseguenze laddove, sfortunatamente, se ne presenti l’occasione. Anche qui troviamo parole particolarmente generative. Libertà, dignità, parole che hanno portato nelle società occidentali intere generazioni fuori da rapporti di schiavitù, legale e non, hanno incoraggiato lo sviluppo dell’informazione e la possibilità di esprimersi a prescindere dalla nascita o dal censo, di professare la propria religione, di avere un alloggio e delle cure decenti, e così via.

Qual è, si chiederà il lettore attento, il rischio dietro questa seconda posizione? Non è la libertà di morire, l’autodeterminazione fino alle estreme conseguenze, l’ennesima conquista nella lastricata strada dei diritti civili? La risposta è la stessa, il rischio è ancora una volta di tornare con gli ‘amici’ di Giobbe, questa volta eliminando dal piano esistenziale elementi fondamentali come le relazioni e la gratuità. Particolarmente rischioso nella società contemporanea, dove siamo sempre più connessi e paradossalmente sempre più soli. Se il problema delle società pre-moderne era l’esclusione di alcuni ceti, nelle società contemporanee si è di certo inclusi, ma spesso in gruppi virtuali o di un solo membro. I legami nella famiglia, nei rapporti di lavoro o di amicizia, tra concittadini, sono beni comuni, fragili perché si sperimentano soltanto nell’incontro tra due o più libertà, eccedenti i due ‘io’ verso un ‘noi’ il cui collante è l’affetto reciproco. Allo stesso modo la gratuità, l’amore incondizionato nelle sue innumerevoli forme, dei genitori verso i figli, degli insegnanti per gli allievi, degli amici e dei parenti verso un disabile, e viceversa, va raccontata, cantata, messa in prosa e in poesia, pena la sua scomparsa e la riduzione delle città a deserti e periferie esistenziali, abitati da non-uomini e non-volti. In altre parole, chi rivendica la ‘libertà radicale’ deve farlo da un tessuto sociale e affettivo saldo, presente, altrimenti ridurrà la libertà ad un’idea, portandola sul ripido pendio dell’ideologia e ritrovandosi con gli amici di Giobbe ad accusarlo delle sue sventure.

 

Alla fine dell’articolo ci troviamo con più domande, che risposte. Esito prevedibile. Qualcuno però potrebbe chiedere da che parte sta l’autore, qual è la risposta a cui è pervenuto.  Io scrivo, penso, domando, urlo, soffro e mi lamento con Giobbe, Dj Fabo e i loro veri amici. La parte da scegliere la lascio a voi.

 

 

Immagine presentazione: Illustrazione di William Blake per il Libro di Giobbe, 1826-1827, dettaglio