Congresso o non congresso? Scissione o non scissione? Guida alla comprensione di questi giorni del PD

Il Partito Democratico è nato dalla confluenza di diverse correnti ideologiche e partitiche, quindi per forza di cose non può essere sempre unitario. E fin qui ci siamo.

Il Partito Democratico, essendo democratico, ha un forte dibattito interno; logico, no?

Ma ciò che è davvero incomprensibile, è che il dibattito interno venga sbandierato, sotto forma di minacce di scissioni (e non solo minacce), di strategie, più o meno occulte, per guidare il partito.

La situazione è questa: Matteo Renzi vuole il Congresso del PD ora, la minoranza vuole rimandarlo a giugno. Aggiungiamo le elezioni amministrative che si terranno tra il 15 aprile e il 15 giugno, e la frittata è fatta: la partita non era sul congresso, ma sulla (a questo punto attesa da tutti) disfatta del PD alle amministrative e sul conseguente gioco allo scarica barile delle responsabilità della stessa.

Per Bersani, “Qui il problema è se siamo il Pd o il PdR”; ed è un’uscita grave, che vuole andare a fiaccare l’uomo che lo ha sconfitto nelle primarie del 2013. Ma forse Bersani non ha capito che Renzi aveva, per qualunque ragione, più consenso dei vecchi leader, oramai a fine ciclo.
Renzi ha commesso un sacco di errori, certo: il primo è stato quello di presentarsi come il rottamatore, cosa che gli ha fisiologicamente attirato le antipatie dei “vecchi”; il voler fare il premier essendo segretario, anche con manovre di fondo poco corrette; la politica dei cento giorni una volta prese le redini del governo, non avendo capito che in una dinamica parlamentare non si può voler rappresentare l’uomo solo al comando, né il depositario della verità o dell’unico bene.
Ha sbagliato di nuovo proponendo il referendum costituzionale “sulla fiducia”, ossia promettendo la sua testa nel caso di sconfitta. Avrebbe dovuto spostare il dibattito sul contenuto, non su chi la proponeva. E ha sbagliato di nuovo, infine, non dimettendosi da segretario del Partito Democratico subito dopo la sconfitta referendaria.

Ma quando Bersani fa un’affermazione di questa portata, forse dimentica che più che il Partito di Renzi, sembra il Partito del suo compagnone D’Alema.

Cosa resterà di questo Partito Democratico?

E infine la scissione. Il PD, logorato dai suoi dibattiti interni, alla fine implode su sé stesso e perde anche molto appeal elettorale; ma Orfini, su Facebook, scrive in un lungo post: “Se davvero Renzi è il vero problema di questo partito non possiamo deciderlo io, Bersani e D’Alema. Spetta alla nostra comunità valutarlo. È per questo che serve un congresso”.
Sono d’accordo: ciò che conta non è il segretario, ma la struttura; nonostante ciò, chi trae vantaggio dalla scissione sono non solo gli scissionisti, ma anche i partiti rivali, che vedendolo indebolito si scaraventeranno sulla carcassa del partito indebolito, se non ancora morto.

Una nota finale va dedicata a Emiliano, lo scissionista che si è “pentito” e resterà a “lottare nella sua casa”; una mossa da mastro stratega, che riverserà su Renzi la colpa della scissione, risultando agli occhi dell’opinione pubblica il titano che si erge e sfida Renzi.
E bravo Emiliano, ma a cosa serve essere il leader di un partito che perde i pezzi?

 

 

Fonte 1 “Qui il problema è se siamo il Pd o il PdR”  http://www.repubblica.it/politica/2017/02/14/news/pd_bersani_scissione_avvenuta-158299933/?ch_id=sfbk&src_id=8001&g_id=0&atier_id=00&ktgt=sfbk8001000&ref=fbbr

Fonte 2 “E infine la scissione”
http://www.ilfattoquotidiano.it/2017/02/21/scissione-pd-emiliano-renzi-cosi-e-soddisfatto-resto-e-mi-candido-cuperlo-primarie-luglio-no-dai-renziani/3405536/

Nota del redattore: la foto di presentazione è stata presa da: http://www.basilicatapd.it/?tag=congresso-pd