Ultimo di quattro fratelli, sono nato e cresciuto in un quartiere alla periferia di Palermo. La mia infanzia scorreva tra scuola e partite a pallone, sul nudo asfalto delle poco battute strade del mio rione. Erano gli anni della lotta alla mafia e delle stragi di stato. Dalle mie parti, sei con loro o contro di loro. Non c’era la possibilità di restare neutri, in mezzo; un confine troppo sottile per camminarci in equilibrio. Se volevi diventare qualcuno nella vita potevi solo andare a chiedere un favore a un politico locale o ad uno dei delinquenti di spicco della zona, figure che spesso coincidevano. L’unica possibilità di farsi da solo era quella di andare via lontano. Io avevo già maturato quest’attitudine dai tempi della scuola, andando a completare i miei studi a Catania. Successivamente, grazie alla vittoria di un concorso come ufficiale dell’aeronautica, ho avuto la possibilità di conoscere il mondo attraverso le missioni ONU. Finito il periodo militare mi ritrovai di nuovo a Palermo, tentando mille concorsi e mandando altrettanti curriculum per trovare un posto di lavoro conquistato con le mie energie, senza dover dire grazie a nessuno; ma senza mai trovare qualcosa che mi stimolasse davvero.

Così un giorno arrivò la decisione che mi cambiò completamente la vita: quella di seguire la strada oltre confine già percorsa dai miei fratelli. Anni prima, in un’estate su una spiaggia vicino la mia città, il più grande dei miei fratelli aveva conosciuto una turista tedesca. Tra i due sbocciò il grande amore. Lui decise di seguirla qualche anno dopo, per poi stabilirsi in Germania. Di lì a poco fu la volta anche del mio secondo fratello, e infine partì anche mia sorella, la quale, quattordici anni più grande di me, mi aveva cresciuto come una madre. Qualcuno dice che i figli sono di chi li cresce e non di chi li mette al mondo. Forse non è così, fatto sta che alla sua richiesta di seguirla in Germania non ho saputo dire di no accettando con entusiasmo. Ho ancora impresso nella mente quel viaggio verso l’ignoto. Con solo una valigia e uno zaino-scuola, retaggio della mia gioventù che sembrava sparire all’orizzonte per sempre. Un volo diretto Palermo-Stoccarda in una compagnia tedesca lowcost, dove a bordo si parlava solo tedesco e poco inglese. Era gennaio di un rigido inverno. Alla partenza il pilota comandante riferì, prima in tedesco e poi in inglese, che c’erano quindici gradi, che a Palermo significano freddo. Ovviamente parliamo di temperature sopra lo zero: chi vive in Sicilia non ha bisogno di aggiungere il segno  davanti alle temperature. Quando finalmente il pilota annunciò che stavamo atterrando a Stoccarda, la mia nuova città, guardando fuori dal finestrino vedevo solo bianco e pensavo di avere beccato una giornata particolarmente nuvolosa. Anche all’annuncio delle temperatura a terra in tedesco non mi stupii più di tanto nel sentire “Zehn” dieci, appena cinque gradi di differenza da Palermo. Sopportabili, pensai. La botta psicologica arrivò nella traduzione in inglese: “ten minus”. Dieci gradi sì, ma sotto zero ,e quel bianco delle nubi che perdurava anche dopo aver sentito il carrello toccare terra non erano nuvole, bensì tutto il paesaggio sottostante coperto di neve. Appena misi il naso fuori dallo portellone dell’aereo mi congelai mezza faccia.

Sempre grazie a mia sorella e al suo aiuto finanziario, mi ritrovai iscritto a un corso di tedesco. Avevo una stanzetta in cima a una palazzina dal tetto a spiovente, e condividevo l’appartamento con altre tre persone che non vedevo quasi mai; se non incrociandoci fortuitamente nel corridoio, o quando cercavano di spiegarmi in inglese che toccava a me pulire qualcosa. Inizialmente pensavo che avrei potuto farmi tre nuovi amici con cui uscire, chiacchierare e altro. Ma non fu così. Ero solo come non lo ero mai stato. Mia sorella abitava a cinquanta chilometri di distanza e gli altri miei due fratelli ancora più lontano, in piccoli paesi sperduti dove uno come me poteva solo croccare vitto e alloggio, non certo crearsi una carriera. Le mie uniche compagnie erano una pianta di ficus, con cui parlavo quando l’annaffiavo, e una radio recuperata da chi voleva buttarla, che io avevo riparato alla buona. Ma la musica più bella che ascoltavo era quella degli uccellini la mattina, quando aprivo la finestra a tetto della mia stanza per cambiare l’aria e dare loro qualche briciola. Quel cinguettio mi dava la carica per affrontare la giornata con allegria.

Nonostante avessi superato il corso di lingua a pieni voti il mio tedesco non era ancora sufficiente per integrarmi con la società, e quindi avevo ancora forti difficoltà a trovare un lavoro e una casa. Quella dove stavo era momentanea. Chi avrebbe affittato a uno straniero senza lavoro e che non era in grado di sostenere un dialogo alla pari? Capii che mi mancava ancora qualcosa per integrarmi con gli stoccardesi: l’applicazione della lingua; alla teoria doveva essere applicata la pratica. La soluzione la trovai notando la solitudine dei vecchietti al parco. Così, indossando tutto quello che era umanamente possibile mettersi addosso, mi andai a sedere nelle panchine accanto a loro ad ascoltare le loro barbose storie, che non potevano raccontare a nessuno dato che in Germania è normale che un figlio a diciott’anni vada a vivere da solo. Finché non arrivò il giorno in cui mi accorsi che non solo riuscivo a capire tutto quello che mi dicevano, ma ero anche in grado di dialogare con loro. Così, grazie alle mie capacità di socializzare e alla mia grande voglia di fare, sono riuscito a trovare sistemazioni, sia lavorative che di affitto, che ho sempre potuto migliorare, grazie alla mia ambizione di non volermi mai accontentare. Uscivo sia per un semplice panino e due chiacchiere, sia per cose più impegnative. Contatti che mi hanno portato a far parte di una squadra di calcio, associazioni culturali, ecc.

Pur non avendo un posto fisso, ora lavoro molto e guadagno altrettanto; tanto da chiedere alla mia compagna di seguirmi in Germania. Così ci sposiamo e prendiamo un bilocale in affitto. Ma la svolta della mia vita è arrivata esattamente otto anni dopo essermi imbarcato su quell’aereo: la chiamata a lavorare per la Mercedes, che considero una delle più prestigiose ditte al mondo. Di lì a tre anni ho firmato con la casa automobilistica un ottimo contratto di lavoro che ci legherà a vita. Nello stesso anno, mia moglie e io abbiamo comprato una bellissima casa nel quartiere più verde d’Europa. E adesso quando mi sveglio ogni mattina, vedo dalla finestra alberi e prati bellissimi, e sento gli uccellini cinguettare, a ricordarmi sempre che è bello godersi i frutti del proprio duro lavoro. Lavoro che mi fa sentire realizzato nella vita, soprattutto perché ci sono riuscito da solo, studiando e lavorando duro e senza dover dire grazie a nessuno se non a me stesso. Ma soprattutto capendo che, non importa se ci si sposta in un’altra nazione, che sia dall’altro lato del mondo, nello stesso continente o che si vada a vivere in un’altra regione o semplicemente a pochi chilometri dal proprio comune d’origine. Per potersi integrare veramente, non basta parlare la lingua locale, ma bisogna conoscere e accettare gli usi e costumi locali. Questo non è significato per me farmi i capelli biondi e indossare sandali con le calze, ma adeguarmi pur mantenendo immutata la mia cultura, semplicemente integrandola con quella nuova.