Non è affatto facile mantenere un atteggiamento distaccato quando  si partecipa  ad un evento che rievoca una vicenda drammatica quale è stata quella vissuta dalla famiglia di Stefano Cucchi. Si crede, e a torto, che appartenga esclusivamente alla sola famiglia coinvolta, invece quella di Stefano Cucchi è una vicenda che appartiene a tutti noi, al nostro intero paese; non possiamo girare la testa  e restare indifferenti.

PRESENTAZIONE DELL’ASSOCIAZIONE STEFANO CUCCHI – Onlus presso la Città dell’altra economia di Testaccio – sabato 18 febbraio 2017

Erano presenti i familiari di Stefano, la madre , il padre e la sorella Ilaria, a lei il merito di aver portato avanti, con forza incessante, la battaglia per mettere in luce un dramma troppo grande per essere solo un dramma familiare, riuscendo a risalire ai responsabili . A fatica osservavo i volti dei familiari di Stefano Cucchi, temevo di avvicinarmi troppo ad un dolore indescrivibile come quello che solo un genitore, un fratello può provare in simili circostanze, quando a causa di un’ingiustizia la vita del proprio figlio viene spezzata, quando chi pensi debba proteggerci usa invece una violenza inaudita per esercitare il  ruolo di tutore della legge, di garante per l’ordine pubblico. Ma la presenza di tanta gente in questa occasione, per la presentazione dell’istituzione dell’Associazione Stefano Cucchi, accanto finalmente ai genitori è stata una prova che Stefano non è morto invano. Al riguardo riporto le parole della sorella Ilaria: “La sensazione che provammo in quel momento tragico, la prima in assoluto è stata la solitudine, famiglie come la nostra si trovano da sole, abbandonate dallo Stato, e si trovano ad imbarcare  delle vere e proprie battaglie, non c’è tempo per vivere il dolore, abbiamo dovuto congelarlo per intraprendere battaglie, come la famiglia qui presente di Riccardo Mogherini. Io sono convinta che c’è un senso a tutto quello che ci accade, con la solitudine che la mia famiglia insieme alle altre famiglie  provano in questo momento, c’è Stefano che è morto da solo come un cane, ma Stefano rappresenta oggi tanti altri Stefano, forse era il suo compito, il significato della sua vita, dar voce a tutti gli altri che di queste vicende di cui non si sente parlare abbastanza, il rispetto dei diritti umani spesso la società si volta dall’altra parte, ciò che invece deve essere alla base di un paese civile. Stefano è morto di indifferenza. Questa Associazione farà in modo che sempre più persone si uniscano a noi.

Da sinistra: la prima è una giornalista, poi Lucia Annunziata, al centro Ilaria Cucchi (sorella di Stefano Cucchi), poi Riccardo Iacona, Il Magistrato Enrico Zucca e il legale della famiglia Cucchi Fabio Anselmi

Ritengo necessario riportare alcuni passi del dibattito che si è tenuto nella stessa sede, cercando di estrapolare quello su cui è importante riflettere senza per questo voler ignorare l’importanza di altri interventi, quali quelli di Riccardo Iacona e Lucia Annunziata e di tutti coloro che si sono adoperati da sempre per sostenere la famiglia Cucchi e  altre famiglie vittime di simili soprusi, giornalisti e operatori che hanno contribuito alla produzione di immagini e video per rendere noto al Paese fatti che dovevano essere di dominio pubblico.

 

Sono intervenuti al dibattito:

Fabio Anselmo, legale della famiglia Cucchi

Enrico Zucca, magistrato e pubblico ministero nel processo per i fatti della scuola Diaz

 

Fabio Anselmo, legale:

Dopo il fallimento di 7 anni di processi, dopo che tutta l’Italia ha visto quello che era stato fatto a Stefano e dopo  che si è visto che tutti erano stati assolti, nessuno era colpevole se non Stefano, lo Stato italiano si è vergognato. Tutte le più alte cariche dello Stato, della politica e della  magistratura hanno preso posizione e il Procuratore di Roma ha fatto una promessa che ha mantenuto ed è andata oltre. Sono stati trovati due nuovi testimoni  in divisa  che hanno fornito l’elemento fondamentale per mettere in discussione quello che era l’architrave per la difesa di coloro che sostenevano che Stefano era morto per colpa sua, e cioè tutto l’aspetto medico-legale. Carlo Bonini, nel suo libro “Il corpo del reato”, descrive proprio bene questa fase; da lì la procura di Roma ha fatto un’inchiesta fantastica, la verità è proprio quella, poi discuteremo la causa di morte, ma ormai tutti sanno quello che hanno fatto a Stefano

 

Enrico Zucca, magistrato:

L’istituzione dell’Associazione Stefano Cucchi segna il passaggio dell’elaborazione di un dolore, di una sofferenza individuale a un qualcosa di collettivo, di propositivo, pubblico per la consapevolezza che ciò che capita a qualcuno può capitare anche ad altri, ed è questo l’elemento fondamentale. Qui c’è qualcosa di nuovo che da una parte è un segnale che la situazione è grave, c’è bisogno che la gente si mobiliti e questa iniziativa è il segnale che la consapevolezza ha un punto di emersione, e se non si arriva alla consapevolezza del fenomeno non può esserci soluzione al fenomeno; e quella consapevolezza che ha chi patisce le ingiustizie, le sofferenze, chi è vittima degli abusi, che sa che la sua non è una vicenda solo individuale è quella che viene negata e che viene contrastata e trova di fronte un muro e una chiusura dei corpi e delle istituzioni. Siamo ancora lontani dall’aver capito la dimensione del fenomeno. Qui in Italia non è che si può dire molto sulle forze dell’ordine, non lo possono dire molto i giornali, ma non è questione politica. In Italia non si può dire quello che si dice in altre parti; noi abbiamo saputo recentemente che in Germania, che voleva dare un’onorificenza agli agenti di polizia  italiani che hanno fermato, ucciso il terrorista di Berlino, stavano per dare l’onorificenza ma hanno scoperto che nei loro blog personali esprimevano idee fasciste e quindi si sono fermati. Io non credo che da noi si  sarebbero fermati, anzi non ci fermiamo perchè noi non possiamo dire, lo dico io come magistrato, che non siamo tanto  liberi di dire che la polizia è fascista. Ma nessun giornalista di una testata italiana lo può dire perchè è troppo forte. Se non si può dire questo, c’è molto da fare. In questo la responsabilità la devono avere sia i mezzi di informazione e sia le istituzioni di garanzia. Questi casi dimostrano oggettivamente, e lo dico da quello che affiora dalle sentenze di condanna della Corte europea nei confronti dell’Italia, cioè i magistrati italiani in tutti questi casi non adottano quei criteri per condurre le indagini che sono imposti dalla Corte europea, cioè non fanno, accertata una violazione dell’art.3 della Costituzione, il divieto di tortura, l’inchiesta sollecita, effettiva ed imparziale, non si arriva presto al processo, se si individuano dei responsabili, questi non sono sospesi quando sono rinviati a giudizio, e quando sono condannati non sono rimossi. Alla base di tutto c’è, e comincia ad essere troppo evidente, un giudizio della Corte Europea che giudica le indagini fatte dai magistrati italiani caratterizzate da negligenza, superficialità e leggerezza. L’unico obbligo fondamentale della magistratura che ci viene imposto dalla Costituzione è quello della repressione della violenza contro le persone private delle libertà personali.

Il poliziotto deve capire che la forza sua non è la violenza esercitata nei confronti dell’inerme, la forza sua è la divisa; ma quanti poliziotti hanno la consapevolezza che la loro forza è la divisa, non quella che esercitano vigliaccamente nei confronti di persone che non possono difendersi. Questo è un compito che non riescono ad assolvere pienamente le istituzioni di garanzia, che invece mostrano connivenza, e i mezzi di informazione che rinunciano ad essere cani da guardia. La Corte Suprema europea condanna la polizia italiana che ha impunemente ostacolato le indagini, non ha collaborato con la magistratura. Questa parte della condanna che seguito ha avuto? I problemi esistono, siamo liberi di discuterne? Possiamo porre il tema? Lo possiamo su tutto, lo possiamo sui magistrati, su ogni cosa, poniamolo anche su questo. E’ essere contro la forza della polizia? Direi proprio di no! Io ho passato più tempo con i poliziotti che con i miei familiari. Sono stato costretto ad aprire gli occhi perchè il tradimento che fa il poliziotto della legge e dei suoi doveri è un tradimento del sistema, non è l’aiuto del sistema. Perchè raggiunga i suoi risultati dobbiamo liberarci di questo mito del raggiungimento del risultato a tutti i costi, perchè questo ci fa legittimare ciò che non può essere legittimato; anche perchè i risultati ottenuti a tutti i costi non sono mai buoni risultati, questo è un insegnamento della storia.

Stiamo attenti e cerchiamo di imparare a essere stimolati, ognuno nel proprio ruolo, dalle pressioni, dalle iniziative che vengono da chi può testimoniare direttamente; è impressionante vedere quante persone ci sono qua con noi, non è una riunione di nicchia questa, sono persone che si pongono dei problemi, cominciano ad essere consapevoli

 

Il dibattito è terminato con la canzone “Scendi giù” di Mannarino, premiata da Amnesty International Italia. Così ha scritto il cantautore romano Alessandro Mannarino su questo brano: “Tra le mie canzoni è una di quelle a cui tengo di più. Negli ultimi anni abbiamo assistito a molti episodi orribili di uccisioni, torture e violenze commesse da fantasmi in divisa, abbiamo ascoltato sentenze di assoluzione più violente delle botte stesse. A volte mi sono ritrovato a pensare allo Stato come a un padrone che ha paura del suo cane da guardia. Le sentenze sui fatti di Genova del 2001 e le morti di Federico Aldrovandi e Stefano Cucchi mi hanno spinto a cercare una giustizia non terrena”.