Simbolo del femminismo.
Rivendicazione femminile.
Queste sono le espressioni più sentite o lette, quando ci si riferisce a lei. Essendo io una semplice appassionata di storia dell’arte, conoscevo solamente il suo nome e un quadro (ma proprio uno di numero), tra l’altro, quello usato per la locandina della mostra.
Ma veniamo al dunque: chi era Artemisia Gentileschi?

Sappiamo tutti che “nel Barocco c’era Caravaggio”. Ebbene, se deciderete di andare alla mostra, vedrete che Artemisia era una figura non di poco conto in quel periodo: solo per farvi capire il contesto, lei nacque nel 1593, mentre Caravaggio morì nel 1610; conobbe Michelangelo il Giovane (nipote del “vero” Michelangelo) e fu amica di Galileo Galilei.
Ebbe una vita abbastanza travagliata, macchiata dallo stupro subito da Agostino Tassi, uno scandalo che la perseguitò per tutta la vita e il cui processo, ancora oggi, crea molte discussioni: il padre, per farle conservare la sua onorabilità (avendo perso la verginità prima del matrimonio), la fece sposare con Pietro Antonio di Vincenzo Stiattesi.

Non preoccupatevi, non mi dilungherò ulteriormente sulla sua vita, quella la potete vedere anche su Wikipedia. Voglio, invece, raccontarvi i quadri che più mi hanno colpito e il motivo per cui valga la pena andare a Palazzo Braschi ad ammirare le sue opere.

La mostra, con opere provenienti da diversi Paesi, è naturalmente incentrata sulla vita di Artemisia e sulle città dove ha vissuto: Roma, Firenze, Venezia, Napoli e Londra.
Ad accoglierci all’inizio del percorso, è l’Autoritratto come suonatrice di liuto. Esso racchiude un po’ tutti i lavori di Artemisia: le fattezze delle numerose donne da lei rappresentate, secondo molti studiosi, combaciano con quelle dei suoi autoritratti; lo stile caravaggesco, si nota nell’immediato, nell’uso della luce che fa emergere dal buio le sagome;  il turbante, lo strumento musicale e lo sguardo concentrato, mostrano le passioni di Artemisia verso la musica, il canto e la danza, e la sua vicinanza con i circoli culturali e alla moda dell’epoca che le permetteva di assecondare i gusti dei suoi committenti, insomma, una novità assoluta per una donna.

Autoritratto come suonatrice di liuto, 1617 ca.
Hartford, Wadsworth Atheneum Museum of Art CT.

Troverete opere di incommensurabile bellezza poco conosciute, come l’Aurora, la cui potenza viene risaltata dalla gestualità delle braccia, molto diversa dalla figura classica;  Ester e Assuero, dove la bellissima Ester, dagli abiti sfarzosi, sviene, indebolita da tre giorni di digiuno, davanti al re Assuero, il quale, ammaliato da tale bellezza, accenna ad alzarsi dal trono: la teatralità e l’eleganza mostrano la cosiddetta poetica degli affetti barocca. Lo studio minuzioso della luce e i colori caldi in primo piano evidenziano l’influenza del colorismo dei pittori veneti, in particolare di Paolo Veronese.

 

Ester e Assuero, realizzato tra il 1628 e il 1635.
Metropolitan Museum of Art di New York.

 

 

 

Le opere che invece vengono spesso citate, entrambe con due versioni, sono: Susanna e i vecchioni e Giuditta che decapita Oloferne.
Entrambe, si potrebbe dire semplicisticamente, sono opere un po’ autobiografiche, le cui scene sono tratte dalla Bibbia. La prima opera rappresenta la storia di Susanna, che viene notata da due uomini “infiammati di lussuria”, che si sussurrano all’orecchio (uno dei quali, secondo alcuni, avrebbe i tratti di Agostino Tassi); il corpo di lei è in torsione, a mostrare il rifiuto, la punta del piede che increspa l’acqua. Giuditta, l’eroina del popolo ebraico (presente anche in altre epoche: si pensi alla bellissima donna di Klimt) , taglia la testa al re assiro Oloferne con l’aiuto della fedele serva. Ella si ritrae, quasi con disgusto, ma agisce risoluta; la scena è di una violenza e un realismo unico, sembra quasi descrivere la scena del suo stupro (anche questa, una delle tante interpretazioni).

Susanna e i vecchioni, 1610 ca.
Firmato in basso a sinistra: “Artimitia Gentileschi”.
Collezione Graf von Schönborn, Pommersfelden.

Le scene bibliche e la mitologia sono un tema ricorrente nella mostra, ciò a causa del contesto storico-culturale del Concilio di Trento: vi era dunque un largo l’utilizzo del linguaggio retorico e, in particolare, Giuditta era un soggetto molto amato poiché rappresentava la vanità dell’amore sensuale.

Vi consiglio, quindi, di andare all’esposizione: divertitevi a cercare la firma di Artemisia presente quasi in ogni quadro, le differenze stilistiche nei vari periodi, ma, oltretutto, potrete godere di una vista mozzafiato su Piazza Navona.