Nel film “Cose dell’altro mondo” Diego Abatantuono, industriale razzista del nord Italia, vede realizzarsi il suo sogno: l’Italia libera dagli stranieri. Naturalmente la cosa si ritorce contro di lui e contro i suoi connazionali, che vedono sparire i lavoratori dalle fabbriche e i vari collaboratori domestici che rendevano la vita più facile.

Il film è liberamente ispirato a “A Day Without a Mexican”, opera del regista Sergio Arau ambientata in California. Qui a sparire a causa di un misterioso fatto soprannaturale sono i messicani, che svolgono nell’economia californiana un ruolo importante, come il film non ha difficoltà a dimostrare.

Quando il primo maggio del 2006, sulla scia delle proteste contro la riforma sull’immigrazione dell’amministrazione Bush, fu organizzato uno sciopero dei lavoratori non statunitensi, non ci volle molto per rinominare quel giorno “A Day Without an Immigrant”. Il Great America Boycott, nome ufficiale della manifestazione, vide scendere nella strade soprattutto immigrati latino americani. Il Guardian scrisse che fu “the emergence of a powerful Latino political voice angry at a system which they say judges them good enough to work in the US but not good enough to be citizens”, l’affermazione di una voce politica latinoamericana, arrabbiata con un sistema che giudica gli immigrati buoni per lavorare negli USA ma non buoni abbastanza per diventarne cittadini.

A Los Angeles, ad esempio, centinaia di migliaia persone si riversano nelle strade gridando insieme “si, se puede!”, preannunciando lo slogan di Obama “Yes we can”.

Gli organizzatori del Great American Boycott scelsero il 1 maggio per la loro manifestazione, giornata in cui molti paesi festeggiano i diritti dei lavoratori; gli organizzatori dello sciopero del 16 febbraio non hanno potuto aspettare tanto a lungo.

 

Come la maggior parte delle proteste del nuovo millennio, anche lo sciopero dei lavoratori immigrati del 16 febbraio è nata in rete: una presa di coscienza della propria importanza ha serpeggiato fra le varie comunità  sui social, trasformandosi in una richiesta di solidarietà rivolta a tutti gli immigrati, naturalizzati, regolari o clandestini, di astenersi dal lavorare, dall’andare a scuola, dal comprare nei negozi.

 

Il “Day Without Immigrants”, uno sciopero che ha chiamato ad incrociare le braccia tutti i lavoratori non statunitensi presenti nel Paese, è una risposta all’atteggiamento che il presidente Trump sta tenendo nei confronti della questione dell’immigrazione; atteggiamento quanto mai inquietante che si è espresso finora nel continuo richiamo al fantomatico muro che dovrebbe sorgere al confine del Messico, e nel più concreto incremento di rimpatri di clandestini nei loro paesi di origine, rimpatri che a  detta di alcuni giornalisti si sono fatti più numerosi grazie a procedure più severe, e che hanno riguardato anche persone residenti negli Stati Uniti da decenni. L’altro atto che ha spaventato gli stranieri residenti negli Stati Uniti è stato il cosiddetto Muslim Ban, sospeso grazie all’azione del giudice James Robart e alla successiva decisione della Corte d’appello del Ninth Circuit di respingere il ricorso dell’amministrazione Trump. Questo però non basterà a far desistere il presidente, che ha reso chiaro il suo intento di non fermarsi davanti a sciocchezze quali l’opinione pubblica, la decenza, i diritti umani.

 

Questo clima sta creando, oltre a problemi materiali, molte paure. E non si possono tacciare queste paure come paranoie quando anche il governo messicano mette in guardia i suoi cittadini negli Usa della “nuova realtà” che si sta definendo. La dichiarazione del ministro degli esteri messicano arriva dalla Spagna, dopo l’improvviso rimpatrio di Guadalupe Garcia de Rayos, immigrata senza documenti ma madre di due ragazzi nati sul territorio Usa, e quindi americani.

 

In questa atmosfera cupa e dal futuro incerto, giovedì scorso cuochi, studenti, insegnanti e liberi professionisti delle maggiori città americane hanno dimostrato la loro presenza, assentandosi dai loro posti di lavoro e studio.

A Washington, scrive il New York Times, alcuni prestigiosi ristoranti gestiti da immigrati hanno chiuso le cucine; a Philadelphia il mercato italiano era, a detta del Philly Voice, “eccezionalmente silenzioso”. Anche Eataly Boston ha partecipato allo sciopero, e su Twitter ha manifestato la sua solidarietà agli immigrati residenti negli Usa: “Siamo una compagnia immigrata, e supportiamo ogni dipendente che partecipa allo sciopero”

 

La protesta non ha colpito solo la gola degli americani. Anche il mondo intellettuale ha risposto: numerosi studenti e insegnanti hanno preso parte allo sciopero, non andando a scuola e magari, come è successo a New York, affollando una biblioteca pubblica. Il David Museum del Wellesley College, in Massachuttets, ha rimosso per un giorno tutte le opere create o donate da immigrati.

 

David Museum at Wellesly College, Massachuttets

David Museum at Wellesly College, Massachuttets. Un’opera donata da un immigrato viene coperta durante il Day Without Immigrants.

 

Anche numerosi negozi in tutto il Paese hanno partecipato alla mobilitazione, ma ancora non si sa quali siano stati gli effetti del Day Without Immigrants sull’economia del paese.

Ancora più interessante per noi italiani sarebbe vedere che effetto avrebbe nelle principali città italiane un giorno senza immigrati. Penso a Roma, che senza i benzinai indiani, i negozi gestiti da cinesi, i fruttivendoli del Bangladesh, i lavapiatti dello Sri Lanka e le altre miriadi di comunità cittadine vivrebbe una giornata parecchio complicata.