La politica coloniale italiana è stata, almeno fino all’esordio fascista, piuttosto debole ed inefficace. Fino al 1885 eravamo in possesso, più nominale che effettivo, della baia di Assab in Eritrea, regione che non interessava all’opinione pubblica del tempo, che, nella parte favorevole alla colonizzazione africana, vedeva un futuro nel Mediterraneo, e per la precisione in Tunisia. Per questo, quando nel 1885 la Gran Bretagna chiese l’aiuto italiano contro la rivolta sudanese, il ministro degli esteri mise le mani avanti: si va a combattere nel Mar Rosso, ma per conquistare il Mediterraneo. Con l’occupazione del porto di Massaua venne aperta la campagna bellica che portò nel 1890 alla proclamazione della colonia italiana di Eritrea.

L’amministrazione della colonia fu, come prevedibile, disordinata e frammentaria. Non si avevano le conoscenze necessarie del territorio e delle popolazioni che si andavo ad amministrare; con l’avvento del fascismo, la situazione non poté che peggiorare. Le leggi razziali pubblicate nel 1938 furono anticipate da un principio regolatore indispensabile: niente contaminazioni della razza italiana; la colonia doveva diventare terra fertile per una nuova generazione di italiani, ma questi non potevano essere meticci, e dunque la lotta alle unioni tra coloni e colonizzati fu dura e continua.

I documenti amministrativi dell’epoca coloniale sono sparsi e incompleti, ma sono anche una delle poche fonti scritte conservate nel periodo post-fascista. Durante l’analisi dei documenti presenti presso l’Archivio dell’Ufficio Storico dello SME, il professor Alessandro Volterra, dottore di ricerca in Storia dell’Africa, ha ricostruito la storia dell’ascaro Fessahazien Beienè1 , che ebbe una vita decisamente particolare per un suddito coloniale dell’epoca fascista.

Fessahazien arrivò in Italia nel 1921, dopo aver lavorato come autista ad Asmara per un ufficiale italiano2; il solo fatto che possedesse una patente di guida, cosa rara per gli eritrei ma anche per gli italiani, ci annuncia una personalità fuori dal comune. Si stabilì a Roma, prendendo servizio presso la famiglia Montenero come autista. Dal blog della nipote di Fessahazien, leggiamo: “Per quanto ho capito finora, era un uomo moderno (per i suoi tempi), un uomo intelligente e molto complesso. Era un musicista, un cuoco, parlava diverse lingue, era un pilota, un gentleman, un autista, si vestiva in maniera elegante, ecc…”. Lavorando per i Montenero conobbe Girolama Ricucci, probabilmente anche lei a servizio della stessa famiglia; i due iniziarono una relazione che finì drasticamente quando la ragazza rimase incinta nell’estate del 1923, visto che Fessahazien ritornò nel dicembre della stesso anno in Eritrea. Non si sa se il rimpatrio fu forzato o volontario, sebbene le circostanze ci inducono a pensare che ci furono delle pressioni per allontanarlo dalla capitale: sappiamo infatti, grazie al blog di Essaya, che nella famiglia Montenero era presente un ufficiale, probabilmente il capo famiglia. Essendo il 1923, si può immaginare che esso fosse iscritto al partito, che non avrebbe visto di buon occhio la permanenza di un autista così sui generis. Alla nascita del bambino, Girolama gli diede il suo cognome e lo lasciò in un istituto per orfani. Claudio Ricucci, figlio di una ragazza italiana e di un suddito eritreo, trascorse i primi dodici anni della sua vita spostato tra vari orfanatrofi. 

Intanto il nostro protagonista è tornato in Eritrea, dove l‘amministrazione fascista pare non porsi troppi problemi di razza quando si tratta di avere un buon elemento nell’esercito; tornò a Roma nel 1927 come accompagnatore dei piloti yemeniti in addestramento. Non contento, prese in due anni il primo e il secondo brevetto di pilota militare. Nell’aprile del 1929 venne trasferito in Somalia, addetto al Comando del Regio Corpo, dove resterà in servizio fino al 1936. Del fascicolo da cui il prof. Volterra ha estratto queste informazioni fa parte anche una nota sul servizio prestato, redatta dal gen. Luigi Frusci. La nota riporta che Fessahazien, nel periodo della guerra contro l’Impero etiopico, “con tatto e intelligenza ammirevole [ha saputo] fornire notevoli e precise informazioni, […] notizie che furono molto apprezzate e molto utili ai nostri comandi militari”. Continua lodando le capacità personali del soldato: “inspira grande fiducia per serietà, intelligenza, zelo e per la precisione che mette nell’assolvere i casi che gli vengono affidati […]”. Queste doti, che gli permisero una carriera brillante, non lo salvarono però dalle assurdità della burocrazia fascista.

Si arriva al 1936, quando Fessahazien tornò a Roma, questa volta per cercare suo figlio. Lo ritrovò nell’istituto Colonie Giovani Lavoratori di Roma; la madre, risposatasi, acconsentì alla richiesta dell’uomo di portare via il bambino. Ma qui, naturalmente, iniziano le complicazioni burocratiche: Claudio, riconosciuto dalla madre, aveva ottenuto la cittadinanza italiana, e “non è ammissibile che lui viva in rapporti di figlio e padre con un eritreo”. Il rapporto figlio/genitore presuppone dei comandi e degli obblighi, e un suddito che da ordini a un cittadino italiano era impensabile. Fessahazien non poté dunque riconoscere suo figlio, e dovette limitarsi a nominarlo suo erede e ad impegnarsi a provvedere alle sue necessità. Questo non bastò tuttavia a mettere a tacere gli scrupoli dei burocrati fascisti; un promemoria del fascicolo ci informa che “non vi è dubbio politicamente che è meglio ritorni in Somalia”5, e così venne apposto sul lasciapassare di Fessahazien il divieto di tornare in Italia.

Da questo momento le notizie diventano incerte: in un annuncio pubblicato sul blog Il Chichingiolo,  Sansone Bairu, nipote di Claudio, chiede informazioni sulla vita dello zio, riportando che “[Fassahazien] venne trasferito a Mogadiscio (Somalia), si sposò con mia nonna, che era Eritrea proveniente da Keren, e lì nacque mia madre Lina”.

L’ultimo documento del fascicolo è del 1940: Caroselli, governatore della Somalia, scrisse al Ministero dell’Africa Italiana chiedendo spiegazioni sul divieto di fare ritorno in Italia, informando che la condotta del ragazzo “lascia molto a desiderare”.  Questa non era una considerazione sul carattere di Claudio o sul suo comportamento: il problema era sempre lo stesso, lo scandalo che produceva una famiglia africana con un figlio cittadino italiano. Dunque Teruzzi, Sottosegretario di Stato per l’Africa Italiana, rispose al governatore che, non essendo ammissibile la convivenza di Claudio con il padre, e non potendo riaffidarlo alla madre, “che si è costituita una famiglia dove la posizione di un bastardo meticcio sarebbe assolutamente insostenibile sia materialmente che moralmente”, il ragazzo sarebbe dovuto essere affidato ad un ente di assistenza. Questa risposta è datata 12 maggio 1940: il giorno dopo sarà emanata la legge 882, “Norme relative ai meticci”, che all’articolo 11 stabilisce che “il meticcio cittadino è considerato di razza ariana”. Questa fu la base legale che avrebbe potuto togliere a Fessahazien la tutela del figlio.

Dopo questo documento le uniche fonti per riscostruire e storia di Claudio e suo padre sono testimonianze: un amico del ragazzo, Vittorio, dice che hanno studiato insieme in collegio a Mogadiscio. Anche il blog Issaya’s blog, già citato sopra, riporta che Claudio finì in un collegio, a spese del padre; forse riuscirono così ad eludere le folli procedure del regime. Il signor Bairu, nel suo appello di ricerca, scrive che all’arrivo degli inglesi in Somalia nel 1941 “qualcosa cambiò […] nonno [Fessahazien] ebbe paura per Claudio e decise di farlo partire con la massa di italiani che se ne andavano con il cognome della mamma, Ricucci, contro il volere dello stesso Claudio, che se ne andò con un rancore per suo padre. Fu quella l’ultima volta che mia madre lo vide o sentì”. Sarebbe dunque il 1941 la data di ritorno del ragazzo in Italia? Vittorio, l’amico di scuola, ricorda che se ne andò all’indomani dell’eccidio di Mogadiscio, e dunque nel 1948. Le ultime notizie che abbiamo di Claudio sono del 1953, quando si arruolò come militare ad Albenga. Secondo il blog della nipote, Fessahazien sarebbe stato invece espulso dalla Somalia, non sappiamo perché o da chi, e portato in Etiopia dove finì i suoi giorni, morendo negli anni Sessanta.

Questa storia porta a molte domande. Quale sarà stata la vita di Claudio, una volta tornato in Italia? Finita la guerra, abbattuto il regime, perse le colonie, cosa sarà rimasto a questo ragazzo? In un’Italia che ha voluto dimenticare il suo passato coloniale tacciandolo come errore fascista, non ricordando che le sue origini ne antecedono la nascita, un’Italia che non ha mai intrapreso un serio dibattito post-coloniale, non sarà stato facile essere il figlio di un soldato eritreo. Un uomo dunque che servì l’Italia fascista con le sue molteplici abilità, finendo discriminato ed allontanato per essersi rifiutato di abbandonare il figlio; un suddito coloniale fedele a uno Stato che lo discriminò per tutta la vita, disconoscendo le sue capacità impedendogli di prestare servizio come pilota, ma sfruttandole in lavori di intelligence quando servivano. Fessahazien e suo figlio fanno parte di una storia che l’Italia ha dimenticato volentieri e senza rimorsi, per poter dire oggi a chi arriva dalle terre che noi abbiamo contribuito a distruggere: torna da dove sei venuto, noi non abbiamo colpe per la tua situazione.

 

 

Note

1 Alessandro Volterra, “Sudditi coloniali. Ascari eritrei 1935-1941”, Milano, FrancoAngeli, 2005, pp 134-139

2 Dall’articolo “Sketches of a trip: Eritrea 2011”, Essaya’s blog, http://kemey.blogspot.it/2011/11/sketches-of-trip-eritrea-2011_1315.html