Una volta il crampo dello scrittore era il dolore più grande degli autori. Ma in tempi moderni questo malessere è stato superato da una sofferenza più lancinante per loro; l’orgoglio ferito. Questa umiliazione arriva da chi un tempo rappresentava il riparo e la madre di chi componeva novelle e romanzi: le case editrici, ree di pubblicare le opere di loro “colleghi”  meno dotati nello scrivere ma più famosi.

Come: calciatori, tronisti, politici populisti e perfino soggetti poco raccomandabili saliti alla ribalta come protagonisti della cronaca nera. Così l’ultimo sussulto d’orgoglio verso il mondo da parte di chi odia mettersi al centro dell’attenzione, ma sogna il suo momento di gloria, cade rovinosamente infrangendo i sogni di fama nascosta per chi l’artista lo vuole fare lontano dai riflettori e non davanti a un pubblico. O per chi magari non ha l’aplomb e la disinvoltura del red carpet, perché ha passato i suoi migliori anni ingobbito studiando sui testi e non a fare la star ai party.

 

Questa considerazione è avallata da chi, come me, è abituato da sempre ad entrare in una libreria senza un articolo ben preciso nella testa da comprare, semplicemente allettato, come un bimbo nei paesi dei balocchi, a passare un po’ di tempo piacevolmente, a spulciare testi cartacei che fanno sognare coinvolgendoti e portandoti in uno spazio-tempo parallelo alla vita attuale. Abituato alla ricerca, scaffale per scaffale, di testi dal titolo intrigante o dalle premesse originali.

Adesso molti di questi negozi si sono trasformati in un vero e proprio calvario psicologico e, se si vuole trovare qualcosa di stimolante, bisogna prima attraversare il purgatorio stratificato, composto nell’ordine da: l’anticamera del negozio con solo libri dei vip, con in copertina i loro odiosi faccioni troppe volte visti in tv; la zona degli scrittori come Volo e Moccia, passando alle scaffalature piene di personaggi che attualmente cavalcano l’onda effimera della popolarità; poi gli scrittori conosciuti alle masse come Saviano ma anche Dan Brown, e finalmente si arriva in fondo, alla cosiddetta letteratura di nicchia.

Nel frattempo ti passa la voglia di continuare a guardare, mentre le budella ti si contorcono per la rabbia e il travaso di bile. Passato il momento di rabbia, la domanda sorge spontanea: perché in Italia si pubblica questo genere di autori, accantonando quelli più celebri e non cercando più talenti in erba. Tastando il polso a chi legge con regolarità, la risposta più gettonata è: i soldi.

C’è anche un altro motivo non indifferente, cioè che gli italiani leggono pochissimo; in compenso tutti vogliono scrivere. C’è anche chi perora la causa della mancanza di educazione culturale che invogli a leggere, dando la colpa, come per ogni cosa in Italia, alla politica. Quindi le case editrici, escluse rare eccezioni, si adeguano alla richiesta, trasformando i libri in oggetti da comprare solo per le festività, non più come mezzo di acculturamento, ma soltanto come simulacro da tenere in casa, magari accanto alla maglia del calciatore che l’ha scritto. In questo contesto le librerie non hanno più il compito di educare le masse, ma sono privati che mirano a un guadagno. Sicuramente alle case editrici conviene di più pubblicare i libri scritti da ghost writers per il calciatore di turno, piuttosto che quelli scritti e firmati dal valente scrittore esordiente. Vanni De Simone, presidente onorario di Elemento 115, sito interessante che trovate online, risponde così alla mia domanda: “Caro Brancato, la sua domanda è quasi ingenua!”; e aggiunge che per lui la risposta è semplice: “Bisogno di fare cassa. La cultura, nella fattispecie la letteratura e la lettura, in Italia sono a livelli da terzo mondo, forse più avanti di noi. Ovviamente fare cassa non fa rima con ‘fare cultura’, ma [vuol dire] solo restare a galla, sopravvivere, tirare a campare; inoltre questa fase storica ha completamente cancellato qualsiasi intervento o proposta per scardinare l’esistente; c’è una proliferazione di libercoli autoprodotti che intasano le librerie; c’è una curiosa e anomala situazione forse solo italiana; sono tutti scrittori ma nessuno è lettore. Le pagine presenti sui social non sono particolarmente significative della realtà, che – riporta l’Istat – vede circa un 50 o mi pare quasi 60 % di analfabeti strutturali, gente che non riesce a comprendere un articolo di giornale. E dunque non si stupisca di questi mezzucci editoriali: la crisi devastante, con livelli di disoccupazione da anni ’30, se non peggiori, che stiamo vivendo inoltre non aiuta certo la gente a spender soldi in libri, visto che rinuncia pure a fare la spesa o a curarsi. La risposta è politica e sociale, dunque, oltre che culturale: spazzare via classe politica e istituzioni politiche che stanno distruggendo gli esseri umani di questa disgraziata Europa in mano a manigoldi di tutte le specie, e ricostruirla da zero.” Valutazione negativa, ma anche molto realistica a mio parere.

Resta comunque una buona parte di opinioni fortemente contrariata e arrabbiata con un sistema tutto italiano di trattare gli aspiranti scrittori. Parte quasi interamente costituita da chi vorrebbe sfondare proprio come autore e fa parecchia fatica a farsi prendere sul serio. A queste persone restano fondamentalmente due strade da percorrere per non passare dalle sabbie mobili del clientelismo o per non essere presi per i fondelli dalle case editrici stesse. La prima è quella di pagare per autoprodursi o semplicemente per prendere parte a concorsi che chiedono una cospicua quota d’iscrizione. L’altra via, come da me stesso sperimentata, è quella di rivolgersi a case editrici fuori dai confini nazionali.

Un esempio su tutti è lo scrittore Robert Sanasi, il quale ha provato a essere pubblicato in Italia ma senza successo. Sanasi mi dice: “Per pubblicare con una grande casa editrice devi prima essere famoso. Prima scrivevi e diventavi famoso, ora devi prima diventare famoso per poter scrivere. Sono stufo di vedere i soliti nomi in giro, mi prende la nausea. Forse perché scrivo e non sono un vip!” Poi aggiunge: “Il problema di tanti autori che non riescono ad arrivare alle grandi case editrici per i motivi che conosciamo: nessuna notorietà, nessun aggancio, scelte discutibili ecc.. Io ho appena pubblicato direttamente in inglese con un editore di vicino Londra. È stato così facile trovarlo rispetto all’Italia che non mi pareva vero. E di recente un altro mio romanzo è stato accettato da un piccolo editore italiano, non EAP ovviamente. Alla fine l’unica cosa che possiamo fare è trovare un editore piccolo ma che si muove bene per iniziare!” Per fortuna di questi piccoli editori, che credono e cercano nuovi talenti nel mondo della scrittura, ne esistono ancora. Così come sono tante le iniziative a loro favore (una su tutte: Modus legendi; cercate il gruppo su Facebook). Ma se vogliamo veramente invertire questo trend, dobbiamo agire noi lettori in prima persona, senza prendercela con i politici di turno e i cosiddetti poteri forti. Investendo sul mondo del libro con raziocinio e facendo sentire la nostra voce in…capitolo.