Il 45esimo presidente degli Stati Uniti era destinato ad entrare nella storia. Probabilmente perché tutti davano per scontato che dopo il primo presidente nero, sarebbe toccato alla  prima presidentessa donna; le statistiche davano per scontata ancora una volta la vittoria di quella che possiamo considerare la sinistra d’oltreoceano. Tanto da indurre la segreteria a fregarsene delle preferenze dei loro diretti sostenitori, che sognavano Sanders alla casa bianca, promuovendo a candidata alla stanza ovale la celebre first lady di Bill Clinton.

 

Dalla destra intanto si faticava a votare il degno antagonista che sarebbe andato a compiere il rituale dello scontro finale a due per la poltrona di Washington. Tra i molteplici volti papabili si alternavano profili che non sembravano proprio da stampare nei dollari. Uno di questi, probabilmente quello che destava più clamore e ilarità, era un miliardario che manifestava le sue idee politiche andando in giro con i suoi elicotteri e aerei personali, dieci volte più ingombranti dell’Air Force One in dotazione al presidente degli Stati Uniti, con un parrucchino biondo sotto un cappellino da baseball con su scritto il suo nome.

 

 Non nego che io sia stato il primo a sorridere della sua autocandidatura, pensando che sarebbe stato impossibile trovarselo nella stanza dei bottoni più influente al mondo. Ma i sistemi di elezione americani sono così assurdi da permettergli di fare la sua propaganda. Così, le risate si trasformano lentamente in meraviglia nel vederlo ancora in lizza tra i prescelti del suo partito; ma si continua ancora ad ignorare la possibilità di vederlo vincere, e lo si lascia continuare dandolo per spacciato contro chiunque. Tra una risata e l’altra, Trump diventa il candidato numero uno. A questo punto a ridere sono solo i loro avversari, mentre i vertici repubblicani provano a correre ai ripari cercano un appiglio per non farlo vincere, cominciando una campagna di demolizione nei suoi confronti.

 

Viene definito nei modi più offensivi. Ma niente: la macchina del fango e i presunti cavilli burocratici non fermano la marcia del loro poco voluto candidato, anzi lo fanno vedere in un’ottica vittimistica, facendone salire i consensi di gradimento tra quei elettori della destra più becera che si raffigura sempre di più in lui. Naturalmente i loro rivali democratici gongolano e impostano la loro campagna elettorale sul  confronto tra una donna che lotta per i diritti e la famiglia contro un uomo dai mille difetti, convinti che gli americani lasceranno governare chi vuole continuare il lascito di Obama, che tanto ha fatto per il suo paese, a cominciare dall’ObamaCare e la vittoria del premio Nobel per la pace. E continuano a farsi beffe di lui prendendolo in giro in tutti i modi, dando per scontato che non vincerà mai. Si sentono sicuri della vittoria e non badano a tenere sotto controllo gli eventuali ostacoli a cui potrebbero andare incontro. Così perdono di vista i veri valori della loro campagna elettorale e iniziano a pensare ad alta voce come chi ha già la nazione in mano.

 

Il popolo americano è spazzato via dai loro pensieri e vengono scordati i malumori popolari di chi voleva Sanders e non la moglie di un uomo legato ai cosiddetti poteri forti. Anche nel mondo i grandi leader politici considerano la Clinton come vincente. Giornali di tutto il mondo e dati Istat, quelli che davano per sconfitti anche i sostenitori della Brexit, non vedono alternative alla stragrande vittoria democratica. In verità solo il cartone animato “The Simpsons” prevede, in tempi non sospetti, Trump come futuro presidente. Tanto che i divertenti personaggi gialli del cartone diventano una sorta di veggenti delle sciagure future per il popolo social. In verità c’era stato anche un uomo che in tempi non sospetti e modalità tutt’altro che ironizzanti aveva scritto un articolo dai tratti drammatici in cui spiegava che Trump avrebbe vinto le primarie del suo partito e sarebbe diventato presidente. Si tratta di Michael Moore, acclamato regista americano e vincitore di un premio Oscar per il suo documentario “Bowling a Columbine”. Se v’interessa potete leggere il suo articolo a tema “5 motivi per cui Donald Trump vincerà”. Naturalmente fu ritenuto pazzo anche dai suoi fans più accaniti. Ma a Novembre, mese delle elezioni finali tra i due candidati finali come presidente, arriva il colpo di scena degno del più grande film d’autore: quell’omone grasso che agita i pugni, paonazzo in viso e col parrucchino color paglia, ha vinto le elezioni.

 

Dal 20 Gennaio del corrente anno, Donald J. Trump è il nuovo presidente degli Stati Uniti d’America. Adesso la popolazione è in trepidante attesa pendendo dalle sua labbra. Perché il destino della terra passa dalla Casa Bianca. Nel bene e troppo spesso nel male. A giudicare da cosa ha già fatto in meno di un mese, noi possiamo solo augurarci che il suo quadriennio di legislatura passi più velocemente possibile, arrecando meno danni possibili.